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	<title>Stefano Fabei</title>
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		<title>I NERI E I ROSSI</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 00:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I Rossi e i Neri]]></category>
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		<description><![CDATA[PRESENTAZIONE L’attenta e documentata ricostruzione di Stefano Fabei sulla politica dei «ponti» – e cioè dei tentativi operati al crepuscolo della RSI per realizzare un passaggio «indolore» dei poteri tra fascismo repubblicano e CLN, nonché per evitare la resa dei conti e il relativo bagno di sangue – costituisce un’importante pagina che colma un’evidente lacuna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/I_neri_e_i_rossi_4d5bc48e83aae-199x300.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-49" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="I_neri_e_i_rossi_4d5bc48e83aae" src="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/I_neri_e_i_rossi_4d5bc48e83aae-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><strong>PRESENTAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’attenta e documentata ricostruzione di Stefano Fabei sulla politica dei «ponti» – e cioè dei tentativi operati al crepuscolo della RSI per realizzare un passaggio «indolore» dei poteri tra fascismo repubblicano e CLN, nonché per evitare la resa dei conti e il relativo bagno di sangue – costituisce un’importante pagina che colma un’evidente lacuna nella storiografia sulla fase finale della guerra civile. Finora, infatti, salvo alcune valide ricostruzioni di vari aspetti del problema, che appare, ogni volta che lo si approfondisce, sempre più complesso, mancava una ricostruzione completa degli avvenimenti; ma soprattutto mancava un’analisi delle aspirazioni e degli obiettivi che i vari protagonisti si posero in questa controversa vicenda. Questo di Fabei è uno di quei saggi storici che non abbisogna di alcuna guida alla lettura da parte del prefatore, per quanto chiaro e lineare risulta il percorso attraverso il quale l’Autore ci guida nei meandri di un anno e mezzo di contatti, rapporti, tranelli, doppi giochi, che spesso hanno nascosto i reali intendimenti di chi in questa iniziativa fu coinvolto. Pertanto, introdurre una ricerca come questa significa soprattutto dare spazio alle riflessioni che l’ottimo lavoro di Fabei suggerisce, al fine di offrire un contributo interpretativo ulteriore. Una delle questioni più complicate è comprendere quali obiettivi avrebbero voluto raggiungere coloro i quali si imbarcarono in questa iniziativa apparentemente senza prospettive. In primo luogo, occorre ricordare che la politica dei «ponti» venne posta in atto quando (da tempo) risultava evidente l’impossibilità di ipotizzare una soluzione vincente per il fascismo e per la RSI e soprattutto quando i tre presupposti con i quali Mussolini intendeva connotare l’esperienza repubblicana erano falliti: la costituzione di un esercito autonomo impiegato in azioni di guerra tardava a realizzarsi e in ogni caso determinava il grave problema della renitenza alla leva e del conseguente rafforzamento delle formazioni partigiane; era fallita (non se ne parlava praticamente più) la Costituente, rimandata a un improbabile dopoguerra; non era decollata la socializzazione delle imprese. La politica dei «ponti», quindi, nasceva non già come variante tesa a rafforzare lo Stato fascista repubblicano, allo scopo di poter finalmente vedere realizzate le famose riforme sociali che avrebbero dovuto essere il cavallo di battaglia (forse anche l’arma vincente) della Repubblica di Mussolini. Le riforme sociali risultarono, nella seconda metà del ’44, ormai impossibili a realizzarsi: la stessa socializzazione delle imprese – la riforma più evocata e più discussa – venne varata soltanto nei primissimi mesi del ’45, quando ormai non c’era più nulla da fare. Per cui, un realista come Mussolini, nel discorso al Lirico di Milano, parlò delle «mine sociali» con le quali disseminare le valli del Po, allo scopo evidente di farle scoppiare in un «dopo» i cui contorni sfuggivano ai più. Renzo Montagna, in seguito, ricordava che delle mine sociali si parlava come di «un uovo di vipera nel nido di chi sarebbe venuto dopo».1 Si trattava di un perfido «regalo» da offrire a chi avrebbe governato l’Italia dopo la fine della guerra e del fascismo: se fosse stato un governo socialista, allora il fascismo avrebbe potuto dire di aver ben seminato. Se fosse un governo conservatore, le mine sarebbero esplose coinvolgendo (così almeno si sperava) un popolo che dopo vent’anni di dittatura non avrebbe potuto rinunciare allo Stato sociale e alle avanzate riforme che il regime aveva costruito. Nessuna delle due ipotesi si verificò, com’è noto: anzi, proprio il clima politico realizzatosi durante i governi centristi consentì di disinnescare, una ad una, le mine mussoliniane e il quadro sociale del dopoguerra ebbe non pochi elementi di continuità.2 In realtà, a ben vedere, la politica dei «ponti», oltre alle motivazioni che si sono dette, costituiva un ingenuo tentativo di condizionare la politica italiana dopo la fine del conflitto. Ingenuo, perché a molti protagonisti della politica dei «ponti» (ma non a Mussolini) in certi momenti sembrava sfuggire il fatto che dopo la guerra si sarebbe aperta una nuova fase conflittuale, quella tra comunisti e occidentali: e il problema delle mine sociali sarebbe stata una questione ben marginale rispetto alla suddivisione geopolitica dell’Europa. Il lavoro di Fabei porta a riflettere su tre questioni fondamentali: la prima è quella degli scopi che i protagonisti si prefiggevano; la seconda attiene al problema dell’interpretazione del fascismo, non solo quella maturata nei seicento giorni di Salò, ma soprattutto quella che venne consegnata al neofascismo nel dopoguerra; la terza è il ruolo di Mussolini nella complessa questione dei «ponti». Vediamo, in primo luogo, il problema degli scopi che gli attori di questa vicenda – ben descritti, anche dal punto di vista psicologico, da Fabei – si proponevano. Una delle questioni centrali dell’iniziativa (e del fallimento) dei «ponti», infatti, è proprio la mancanza di un progetto unitario o, per meglio dire, l’assenza di omogeneità nelle motivazioni che portavano a quel progetto. Incominciamo dagli attori di parte fascista. Per alcuni la politica dei «ponti» fu un modo per sottolineare la vocazione sociale (e socialista) del fascismo repubblicano: è il caso di Ugo Manunta, un sindacalista che già nel ventennio si era segnalato per posizioni radicalmente rivoluzionarie. Ma era l’unico, o quasi, in campo fascista a considerare la questione sociale il vero e unico problema. Per molti altri, la questione sociale fu un mezzo per arrivare altrove. Ad esempio, per riuscire a sconfiggere, in «zona Cesarini», la battaglia contro gli intransigenti: è il caso di Biggini, ministro dell’Educazione Nazionale e insigne costituzionalista, monarchico, per il quale la socializzazione e le riforme sociali costituivano un mezzo per ipotizzare un fascismo diverso, finalmente, a Salò; è il caso di Renzo Montagna, un altro dei protagonisti, il quale non era certamente uomo di sinistra: generale della Milizia, partecipò al processo contro Ciano e i «traditori» del 25 luglio e votò perché fosse salvata la vita a cinque dei sei imputati. Nominato capo della polizia della RSI, si batté contro il proliferare di bande più o meno regolari che si erano assunte autonomamente ruoli istituzionali di polizia. Anche Cione, astuto e con mal represse manie di protagonismo, filosofo ex crociano, era tutt’altro che un uomo della sinistra sociale: egli ricordava, in piena RSI, che l’Italia era la patria di Beccaria e che troppa illegalità rivoluzionaria non era né opportuna, né giusta. Mussolini gli lascerà fondare il suo Raggruppamento dal vago sapore mazziniano, un po’ socialista, un po’ nazionalista, soprattutto per dimostrare agli intransigenti che era autonomo e quindi credibile. Rispetto al Raggruppamento, Pini osservò le difficoltà tra le quali il filosofo si muoveva: «Naturalmente davanti agli antifascisti il raggruppamento era svalutato sul nascere per il solo fatto di essere consentito, mentre la funzione critica che si assumeva urtava la mentalità dei fascisti intransigenti».3 Dopo la guerra Cione fondò un giornale moderato nel MSI, «Nazionalismo sociale», e concluse la sua carriera politica prima «laurino», poi democristiano. Un altro importante esponente della politica dei «ponti» fu Piero Pisenti, onesto e intelligente ministro della Giustizia a Salò, contrario a quell’abnorme e «rivoluzionaria» procedura di retroattività che fu il processo di Verona, con la quale furono eliminati i «congiurati» del 25 luglio. Biggini, Cione, Montagna, Pisenti, Gorrieri, il prefetto Nicoletti e i militari Nicchiarelli, Diamanti, Borghese e Nunzio Luna (personaggio quant’altri mai enigmatico) vollero, ciascuno alla propria maniera, interpretare la RSI come una dura necessità, più in linea con una continuità verso il passato che come inveramento rivoluzionario del fascismo. Per questi motivi cercarono, d’accordo con Mussolini, di condurre la RSI verso la legalità e fuori dal settarismo di Pavolini o di Mezzasoma; non ci riuscirono e, fino alla fine, sperarono, aprendo una trattativa con i moderati dello schieramento avverso, di poter addivenire a un accordo che, oltre ad evitare un bagno di sangue fraterno, potesse riconoscere validità e dignità a chi aveva fatto la scelta per il fascismo repubblicano. Costoro, tra l’altro, speravano che nella stampa della Repubblica si venisse ad aprire un dibattito su tali temi: necessità di una costituente, elaborazione di una costituzione, fine del sistema monopartitico, libertà di stampa effettiva, riforme sociali: insomma un reale e radicale rinnovamento del fascismo che avrebbe dovuto abbandonare progressivamente la dittatura e l’imbarazzante alleanza con i tedeschi per tornare ad essere un movimento di libertà e di critica. Per un certo periodo ciò fu possibile e si schierarono coraggiosamente con questa corrente molti tra i migliori giornalisti della RSI: da Concetto Pettinato a Mirko Giobbe, da Ugo Manunta a Franco De Agazio, da Ezio Maria Gray a Giorgio Pini, da Carlo Borsani a Giuseppe Castelletti. Ma, a un certo punto, la questione identitaria ebbe il sopravvento e Pavolini, Mezzasoma e il suo giovane capogabinetto, Giorgio Almirante, sostenuti da Farinacci, si scagliarono contro gli «aperturisti» e fecero tacere le voci più coraggiose: in primo luogo Concetto Pettinato, l’autore del celebre articolo Se ci sei, batti un colpo che gli costò una sospensione dalla direzione de «La Stampa», era tra quelli che maggiormente avevano sostenuto i «ponti», fu liquidato da Mezzasoma per avere auspicato, nel marzo del ’45, l’incontro fra gli italiani «al di sopra delle baionette straniere », uno dei temi centrali della politica dei «pontieri».4 Anche Giobbe fu esonerato da Mezzasoma nell’aprile ’44 dalla direzione de «La Nazione»; Castelletti un mese dopo dovette lasciare la direzione de «L’Arena» di Verona; Borsani nel luglio successivo, dopo i durissimi attacchi di Farinacci fu sostituito da Enzo Pezzato alla guida di «Repubblica fascista»); Manunta, direttore de «La Sera» di Milano, nell’ottobre ’44 fu trasferito all’appena costituito ministero del Lavoro; De Agazio, direttore di «Rinnovamento» finì addirittura in galera; soltanto Pini riuscì a restare alla direzione de «Il Resto del Carlino», con molta fatica, soprattutto perché bene appoggiato direttamente da Mussolini che poi lo volle sottosegretario al ministero dell’Interno. Da parte antifascista, la politica dei «ponti» fu perseguita da due gruppi di personaggi politici: i socialisti come Bonfantini, esponente di primo piano, o come la Bellora e Sollazzo, personaggi minori, ai quali vanno aggiunti Vigorelli e Andreoni. Il secondo gruppo formato da Germinale Concordia e da Pulvio Zocchi raccoglieva gli estremisti e i rivoluzionari più o meno velleitari che ritenevano insufficiente la strategia politica del PCI, troppo dedito alla guerra civile e al proprio tornaconto di potere. Erano, questi ultimi, gli idealisti che non avevano abbandonato del tutto l’idea di nazione. Erano anche quelli che, come i fratelli Bergamo, repubblicani e antifascisti, erano tornati dalla Francia quando Mussolini aveva creato la RSI, per unirsi ai vecchi ideali repubblicani, antiborghesi e sociali. Vi era un elemento comune fra i due gruppi: la paura e l’odio (a seconda dei casi) verso il PCI di Togliatti, e la consapevolezza che per contenere lo strapotere comunista durante la resistenza si dovesse ricorrere a qualunque alleanza. Sia i socialisti, sia i rivoluzionari ritenevano che la politica delle «mine sociali» potesse qualificare agli occhi dei lavoratori l’ultimo fascismo. Così non fu e, terminata la guerra, i personaggi di primo piano come Bonfantini furono ridotti al silenzio e minimizzarono la propria attività di collaborazione con i fascisti di Salò, mentre i più marginali scomparvero dalla scena politica. Che comunque fosse essenzialmente anticomunista l’obiettivo di entrambi i gruppi è confermato anche da talune posizioni assunte dopo la guerra da alcuni degli antifascisti dediti ai «ponti». In particolare, emerge dalle memorie inedite di Giorgio Pini come Vigorelli e Andreoni, nel dicembre 1946, prendessero contatti con Michelini, futuro segretario del MSI e in quel momento uno dei più attivi a costruire una rete politica degli ex fascisti, e con Valerio Pignatelli, pittoresco personaggio che aveva creato la rete clandestina fascista al sud nel 1943-44 e che aveva partecipato alla costituzione del nuovo partito proprio in quel dicembre del 1946. Tali contatti avevano lo scopo di proporre ai neofascisti un’alleanza tra socialisti ed ex fascisti di sinistra al fine di creare un fronte anticomunista.5 In mezzo a queste due correnti, Carlo Silvestri, mussoliniano ma antifascista, con un percorso personale assolutamente diverso da tutti gli altri protagonisti dei «ponti», e per certi versi anomalo. La sua funzione fu quella della «Croce Rossa», e cioè del tentativo di salvataggio degli antifascisti dalla galera e dal plotone prima del 25 aprile, e dei fascisti dopo quella data. Un tentativo che si inserisce nella componente socialista umanitaria che gli era propria, fin dall’epoca del delitto Matteotti. Anche Silvestri puntava a un incontro di fascisti moderati con antifascisti non comunisti in una prospettiva che potesse rendere il dopoguerra non solo governabile senza violenze, ma soprattutto in grado di recuperare il «buono» del fascismo, in un’ottica di libertà e di democrazia. Il progetto di Silvestri era sicuramente utopico, ed era legato alla possibilità che il passaggio dei poteri avvenisse sotto il controllo alleato e non sotto l’incalzare dell’azione partigiana.6 Il problema dei contatti tra fascisti moderati e antifascisti rivoluzionari ma non comunisti, realizzatosi sul finire della guerra civile, porta anche a un altro problema, sostanzialmente interno all’interpretazione del fascismo. Come si è già ricordato, quella dei «ponti» fu anche una delle manifestazioni nelle quali si venne ad articolare il problema del difficile rapporto fra moderati e intransigenti. Tuttavia, la questione non può essere soltanto risolta fra chi appare più o meno moderato e chi, invece, mostra un atteggiamento più muscolare e intransigente. Tale contrasto evidentemente esiste, ma c’è dell’altro. La difficile compatibilità tra intransigenti e moderati nella RSI – sicuramente più difficile rispetto al periodo del ventennio – riporta in buona misura alla definizione che del fascismo davano i suoi stessi rappresentanti. In altri termini, il problema dei «ponti», per quanto marginale rispetto ad altre tematiche, rappresenta una possibile cartina di tornasole per verificare quale autorappresentazione del fascismo davano i suoi protagonisti. E tale rappresentazione è molto utile per comprendere l’evoluzione della stessa categoria di fascismo dopo la fine della guerra. I modi di porsi dei fascisti di Salò nei confronti del fascismo possono essere ricondotti a tre tipologie; anche qui, non si tratta tanto di categorie interpretative, quanto di stati d’animo che si traducono in atti, in comportamenti e soprattutto in scelte. La prima posizione è quella di coloro che credevano che il fascismo fosse, più che un’ideologia, una condizione dello spirito che dovesse continuare immutata anche in RSI. Costoro vedevano nel fascismo un’ideologia, o una mistica, comunque una visione del mondo destinata a sopravvivere alla fine dello stesso fascismo. Non si trattava tanto della presenza fisica di Mussolini (anche perché nessuno aveva mai ipotizzato un altro duce), quanto la possibilità, anzi la certezza, che soltanto attraverso un sacrificio mistico l’idea fascista sarebbe sopravvissuta. La sua caduta non era interpretata come un semplice cambio di governo, ma come la fine di un mondo. Pertanto i giovani intransigenti dei GUF, i mistici fascisti, i vecchi squadristi che aderirono a Salò ritennero che il fascismo andasse difeso fino in fondo nella sua purezza e nella sua identità soltanto con la «bella morte», perché quello sarebbe stato l’unico modo per farlo sopravvivere al di là e contro la storia. I Pavolini, i Mezzasoma, i Farinacci ben poco si preoccupavano delle «mine sociali» o dei «ponti» da lanciare verso gli avversari per pensare a qualcosa di meno sanguinario e violento per il dopo. Anzi, cercarono di contrastare fino in fondo ogni tipo di contatto o di accordo, considerandolo sostanzialmente un tradimento. Costoro, approssimandosi la fine, decisero di togliere dal fascismo ogni dimensione politica, per assumere del fenomeno una dimensione religioso-spiritualistica. Di qui la scelta di seguire una strada testimoniale visto che il «dopo» sarebbe stato parte di un’altra dimensione. La seconda categoria è rappresentata da coloro i quali, invece, pensavano che realisticamente il fascismo fosse giunto alla fine: per costoro il fascismo non era un’ideologia vincolante ma qualcosa che si era sempre mosso (con Mussolini in testa) con estremo pragmatismo, sfruttando le situazioni, «giocando di rimessa» e consentendo che la «pelle fascista» si adattasse alle varie situazioni istituzionali e costituzionali. Di questo gruppo facevano parte i giornalisti di cui sopra si è accennato, da Pettinato a Pezzato, da Cione a Giobbe, da Gray a Pini, da Giovannini a Silvestri, i quali sperarono, fino alla fine, che il fascismo potesse evolversi in senso pluralista. E ciò non tanto per la necessità di risultare spendibili verso gli avversari con i quali stabilire degli accordi; quanto per prefigurare un «correttivo» rispetto al Ventennio, necessariamente dittatoriale, e misurarsi con le nuove regole della democrazia. Non è estranea a questo percorso, non in tutti ma sicuramente in molti, la prospettiva di un nuovo scenario di scontro tra comunismo e anticomunismo, all’interno del quale anche gli ex fascisti non «intransigenti» avrebbero potuto ricostruire spazi di agibilità politica, come di fatto avvenne. Pertanto, tale gruppo – al quale, com’è noto appartengono anche i fautori dei «ponti» – ipotizzando un accordo all’ultimo momento con alcuni degli avversari, dando loro come malleveria la costituzione di un movimento di opposizione come il Raggruppamento di Cione, era convinto che tale accordo non fosse tanto l’ultimo atto del fascismo, quanto il primo di una nuova fase che avrebbe segnato profondamente l’evoluzione del fascismo stesso e il superamento della guerra civile. La terza categoria è rappresentata dai più giovani, da quelli che non avevano responsabilità nella RSI e che assistettero, combattendo, alla disfatta. Per molti di loro, l’autorappresentazione del fascismo consisteva soprattutto nel convincimento che il fascismo, come categoria concettuale, fosse un’ideologia, ma che durante il ventennio il pragmatismo, i compromessi, i condizionamenti, la cattiva gestione della rivoluzione avessero depotenziato il valore culturale del fascismo. Di qui la necessità, una volta finita la guerra, di assicurare al fascismo un solido ancoraggio culturale e filosofico, che fino a quel momento era mancato. In questo senso le critiche a Gentile e ad altri esponenti della cultura fascista, di volta in volta troppo liberale, troppo moderata, troppo nazionalista. E di qui soprattutto il recupero di un fascismo «altro», legato all’esperienza tedesca o degli altri fascismi dell’Europa orientale. È questa la linea che si riconobbe soprattutto in Evola e nella mitizzazione del nazismo, con tutto il bagaglio di teorie aristocratiche, esoteriche, antisemite. Naturalmente per questo gruppo, che si delineò, soprattutto dopo la fine della guerra, nella corrente dei «figli del Sole» del Msi e, successivamente, in «Ordine Nuovo», ogni ipotesi di collaborazione con gli avversari costituiva un vulnus all’identità del movimento; allo stesso modo, da parte di costoro, che rifiutavano un certo nostalgismo nazionalista e patriottardo per sostituirvi un organico sistema di pensiero tradizionalista e pagano, ogni riferimento alla «politica di ponti» suonava offesa al sacrificio di quanti si erano battuti contro le potenze plutocratiche e contro le democrazie occidentali. In mezzo a queste tre categorie, vi era Mussolini: pragmatico, ancora affascinante, suadente, convinceva e si faceva convincere da ogni interlocutore. Egli non abbandonò mai, a differenza di altri, la categoria del politico, pronto a imbastire prospettive anche contraddittorie pur di poter conservare in mano il bandolo politico della matassa. Capire dove volesse arrivare Mussolini e soprattutto se fosse sincero negli apprezzamenti circa la politica dei «ponti», non è questione di facile soluzione. Certo, lo si comprende meglio se ci si affida alla tesi espressa da Vincenzo Costa, l’ultimo federale fascista di Milano, il quale, nei colloqui con il Duce trasse la chiara sensazione che Mussolini «dovette» realizzare lo Stato fascista repubblicano, per evitare peggiori reazioni hitleriane.7 Si tratta della nota, e già qui richiamata, tesi della RSI come «repubblica necessaria», secondo la famosa espressione che fa da titolo del volume memorialistico del ministro della Giustizia Pisenti. 8 Una tesi che trova conferma anche nelle memorie inedite di Giorgio Pini e che permette di comprendere il percorso politico del Duce a Salò. Il documento del prefetto Gioacchino Nicoletti, che Fabei riporta in Appendice, esordisce con una data significativa. Secondo il prefetto, infatti, Mussolini lo avrebbe incaricato di prendere contatti con il CLNAI nell’agosto 1944. La data è significativa e corrisponde alla ricostruzione che Renzo De Felice ha fatto nell’ultimo e purtroppo incompleto volume sulla biografia del capo del fascismo. Ci sono due fasi nell’azione del Duce durante la RSI. La prima arriva fino alla primavera-estate del ’44, e consiste nei suoi vani tentativi di realizzare – come si è già ricordato – quattro obiettivi: la creazione di un esercito di leva, operativo e in grado di andare al fronte a combattere; la convocazione di una Costituente e della relativa Costituzione (ricordiamo, a tale proposito che, oltre a quelli preparati da Biggini, Spampanato e Rolandi Ricci, vi era anche un progetto che nasceva direttamente da Mussolini, affidato istituzionalmente ad Araldo di Crollalanza, l’ex ministro dei Lavori Pubblici, e nella RSI commissario della gestione straordinaria della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e del Senato del Regno; da questo Commissariato dipendeva un Ufficio studi incaricato di realizzare un lavoro comparativo a livello internazionale, per trovare la carta costituzionale più adatta da emanare a Salò);9 l’attuazione della socializzazione delle imprese; infine, la sostituzione di Pavolini dalla carica di segretario del PFR e la sua sostituzione con Fulvio Balisti, molto più vicino come idee e progetti alla mentalità di Mussolini.10 Nessuno di questi propositi andò a buon fine. In particolare, il Duce si rese conto che il peso e il ruolo di Pavolini, soprattutto presso i tedeschi, era tale che neppure lui sarebbe riuscito a scardinarlo. È Pini, nelle sue memorie già più volte citate, a chiarire di voler perseguire un obiettivo simile, che era quello di «liquidare» Buffarini Guidi dal ministero dell’Interno. Ci riuscì, tardi, nonostante la fortissima opposizione tedesca, e soprattutto riuscì a fare nominare al suo posto Paolo Zerbino, un altro moderato e aperto ai «ponti»: lo stesso Pini diventò sottosegretario nel medesimo dicastero.11 Tuttavia, il fallimento dei quattro obiettivi che si sono detti, obbligò in qualche modo Mussolini a modificare la propria strategia: posto che l’assetto politico della Repubblica risultava immodificabile (anche per il peso che il PFR aveva nel frattempo acquisito: basti pensare alla creazione delle Brigate nere, operazione voluta fortemente da Pavolini che fu in grado di superare le profonde perplessità del Duce), Mussolini decise di «aprire» canali operativi più decisi e credibili di quanto lo fossero stati i tentativi di operare nel campo della sinistra rivoluzionaria esperiti da Nicola Bombacci nella prima fase della RSI.12 Nacque così la politica dei «ponti», della quale Mussolini coglieva chiaramente la debolezza e, per certi versi, la velleità, ma che poteva costituire una via d’uscita ll’impasse – fisico e politico – nel quale il Duce si sentiva confinato. Vista in questa ottica, tutta la vicenda dei «ponti», descritta così bene e dettagliatamente da Stefano Fabei, acquista uno spessore diverso e diventa uno degli strumenti politici che Mussolini pose in atto per dare un’impronta personale a una situazione che, non soltanto dal punto di vista militare, risultava bloccata. La difficoltà di raccontare una simile storia non è soltanto rappresentata dall’incertezza documentaria, ma soprattutto dal fatto che i vari protagonisti, conclusasi la RSI nel modo che sappiamo, e fallita la politica dei «ponti», preferirono non parlare della questione. Il caso di Bonfantini è messo bene in evidenza dall’Autore, così come gli oscuri dettagli relativi alla liberazione di alcuni personaggi eccellenti dell’antifascismo, da Parri al figlio di Matteotti. Se da parte antifascista si preferì tacere degli inconfessabili contatti con i «repubblichini», da parte fascista furono pochi i protagonisti che scrissero apertamente di queste cose. Anche per loro, nel MSI almirantiano e romualdiano, scattava facilmente l’accusa di tradimento. È abbastanza indicativo il tono preoccupato di una lettera di Ezio Maria Gray a Renzo Montagna del 24 dicembre 1948, nella quale Gray (tutt’altro che un estremista, come si è già ricordato) chiedeva spiegazioni all’amico di certe voci che lo davano coinvolto nelle trattative tedesche condotte in Svizzera a insaputa di Mussolini.13 Sempre Montagna, in una lettera a Pisenti del 1949, raccontava come era riuscito a salvarsi grazie all’azione di Silvestri e grazie ai «ponti» e si stupiva delle polemiche sorte in ambito neofascista.14 C’è un’altra storia, affrontata solo in parte nel libro progetto di Fabei, meno importante ai fini dei «ponti», ed è quella della «coda» politica e giornalistica che questa vicenda ha prodotto. È una storia di memoriali, di articoli sui giornali («Meridiano d’Italia» di Servello, «Asso di Bastoni» di Caporilli, «Rivolta ideale» di Tonelli, tra tutti), di polemiche, di giurì d’onore su presunti tradimenti e su ipotetici doppi giochi che si svolse fra il 1947 e la fine degli anni Cinquanta. Ne è una buona fonte il carteggio di Renzo Montagna con gli stessi protagonisti, Silvestri in primo luogo, ma anche Cione, Tonelli, Servello e Gray. Non è una storia che aggiunge molto alla ricostruzione fatta da Fabei, ma può essere importante per un altro aspetto, assai diverso: l’eredità politica della questione dei «ponti». Emerge da questa documentazione la costante preoccupazione di tutti i protagonisti di dimostrare che tutto era stato fatto secondo la volontà di Mussolini. Ciò può risultare ovvio, ma fino a un certo punto. Se costoro avessero partecipato alla politica dei «ponti» per prendere le distanze dal fascismo e «riciclarsi» nel dopoguerra, non avrebbero usato l’argomento della obbedienza a Mussolini. Il fatto che l’abbiano usato non dimostra soltanto la buona fede della maggioranza di costoro (forse l’unico sul quale, da parte di tutti, pesano sospetti oscuri, è proprio Nunzio Luna), ma anche il forte ancoraggio identitario e nostalgico di questi personaggi che mai avrebbero fatto qualcosa senza il preventivo avallo del Duce. Questo elemento, apparentemente insignificante e quasi scontato, pone in una luce particolare lo stesso rapporto tra Mussolini e il dopoguerra nell’ottica dei «pontieri». Secondo costoro, la politica dei «ponti» non è soltanto un modo per chiudere la guerra civile senza troppi danni, ma soprattutto un progetto per il dopo. Può esistere un fascismo che, pur richiamandosi ai principi mussoliniani, rifiuta il totalitarismo, la dittatura e mostra di accettare se non i principi democratici, almeno il «metodo» democratico? Si tratta di una domanda non di scarso interesse, che non attiene nella maniera più assoluta all’economia del presente lavoro, ma che da questo lavoro parte, come partono dai migliori lavori spunti e suggestioni che portano altrove. E, a vederla in prospettiva, proprio la politica dei «ponti» finisce col fare da trait-d’union tra il fascismo e una certa parte del neofascismo. Non è infatti tanto la RSI nel suo complesso a fare da elemento di congiunzione fra il ventennio e il MSI, quanto l’azione svolta da coloro che pensarono, nei drammatici mesi della guerra civile, alla trasformazione di un fascismo dittatoriale in un neofascismo in democrazia, che in alcuni suoi esponenti rifiutava la dittatura e il totalitarismo riconoscendo il pluralismo politico. Ovviamente non tutto il MSI era sulla linea prospettica dei «pontieri», lacerato da una continua tensione fra richiamo al nostalgismo e tendenza a fare politica. Ma una parte di esso, sia politicamente, sia culturalmente, riteneva che la conclusione del ventennio fosse anche la conclusione di un percorso nel quale si era tentato invano di individuare forme diverse di rappresentanza politica che prescindessero dalla democrazia e dal rispetto e dalla tutela del dissenso politico. Una lezione che una parte del MSI riuscì a cogliere e che, con alterna fortuna e pur nella marginalità della sua collocazione politica, riuscì a portare avanti, per alcuni anni, nell’Italia democratica. Ma questa è un’ulteriore questione che attende ancora di essere raccontata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>GIUSEPPE PARLATO</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>GIUSEPPE PARLATO, nato a Milano nel 1952, è professore ordinario di Storia contemporanea presso la Libera Università «S. Pio V» di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito. Fra le sue ultime pubblicazioni: La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato (Il Mulino, 2000, nuova edizione 2008); Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia (1943-1948) (Il Mulino, 2006); Mezzo secolo di Fiume. Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento (Cantagalli, 2009).</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 Archivio Renzo Montagna, Carteggio con Giovanni Tonelli. La lettera è del 20 giugno 1952.</p>
<p style="text-align: justify;">2 Per una ricostruzione di alcune di tali «continuità» mi permetto di rimandare a G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia 1943-1948, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 21 ss.</p>
<p style="text-align: justify;">3 ACS, G. Pini, Ragazzo del ’99, cap. VI, Bufera 1942-1945, pp. 184.</p>
<p style="text-align: justify;">4 C. Pettinato, Tutto da rifare, Ceschina, Milano 1966, pp. 307 ss. Si veda anche Id., Se ci sei, batti un colpo. 100 articoli per “La Stampa” per la storia della Rsi, Scarabeo, Bologna 2008, pp. 33 ss.</p>
<p style="text-align: justify;">5 ACS, G. Pini, Ragazzo del ’99, cap. VII, Gianni, p. 139-140.</p>
<p style="text-align: justify;">6 Su Silvestri e sulla sua azione durante e dopo la Rsi si veda G. Gabrielli, Carlo Silvestri socialista, antifascista, mussoliniano, Franco Angeli, Milano 1992.</p>
<p style="text-align: justify;">7 V. Costa, L’ultimo federale. Memorie della guerra civile, Il Mulino, Bologna 1997, p. 125.</p>
<p style="text-align: justify;">8 P. Pisenti, RSI. Una repubblica necessaria, Volpe, Roma 1977.</p>
<p style="text-align: justify;">9 A. di Crollalanza, Discorsi parlamentari, Senato della Repubblica, Roma 1995, pp. 24-26.</p>
<p style="text-align: justify;">10 R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile 1943-1945, Einaudi, Torino 1997, pp. 544 ss.</p>
<p style="text-align: justify;">11 ACS, G. Pini, Ragazzo del ’99, cap. VI, Bufera 1942-1945, p. 172.</p>
<p style="text-align: justify;">12 R. De Felice, op. cit., pp. 539 ss.</p>
<p style="text-align: justify;">13 «Sono venuti da me amici di Milano e abbiamo parlato delle attuali polemiche sui contatti tra partigiani e fascisti “bigi”. Essi mi hanno detto che a Milano da tempo si ritiene che tu non fosti estraneo alle trattative condotte da Wolff in Svizzera all’insaputa di Mussolini e naturalmente del Pfr. Che cosa debbo privatamente rispondere? Per ora ho eccepito la dirittura energica delle tue dichiarazioni ultime (destinate a “Meridiano”), ma l’affare Wolff è altra cosa». Archivio Renzo Montagna, Carteggio con Ezio Maria Gray.</p>
<p style="text-align: justify;">14 «Carissimo Piero, il pretendere che sia disonorevole l’aver fatto uso di documenti falsi dopo il 25 aprile mi sembra abbastanza stupido. Ho l’impressione che il Luna se ne sia servito anche prima e allora la cosa cambia aspetto. Sembra che egli, in quelle giornate di fine aprile, girasse liberamente in macchina nelle vie di Milano. Noi abbiamo assolto i nostri compiti, tu di Ministro ed io di Capo della Polizia, sino alla sera del 25 aprile, senza mascherarci… Un documento falso ci venne dato nella seconda quindicina di maggio dai nostri amici, mentre ci trovavamo nel terzo nascondiglio. Non avremmo dovuto nasconderci né mascherarci? Ma chi è quell’imbecille che sostiene simili assurdità? Circa le carte di identità di mascheramento, posso dirti che anche i miei uffici ne rilasciavano. L’Ufficio Statistica del Ministero degli Interni mi aveva fornito i timbri di tutti i comuni che erano rimasti senza anagrafe e con questi e con le carte annonarie che mi erano state fornite da diverse Prefetture rilasciavo documenti falsi a chi me ne faceva richiesta. Questo avvenne negli ultimi giorni della Repubblica, ma mi risulta che alcune Prefetture facevano ciò da diversi mesi. Se quelle carte avessero salvata anche solo una persona ci sarebbe da benedirle! A meno che si debba gioire solo per i massacrati… Ma vale la pena di mettere al sole queste miserie, mentre perdura il clima della guerra civile ed il coltello dalla parte del manico lo hanno gli altri?». Archivio Renzo Montagna, Carteggio con Piero Pisenti, Lettera del 9 febbraio 1949.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>INTRODUZIONE</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Negli ultimi mesi della Repubblica sociale italiana prese corpo un progetto politico, chiamato «ponte», mirante non solo a rendere meno cruenta la guerra civile, che si profilava sempre più sanguinosa, ma anche a creare i presupposti per una trasmissione indolore del potere, da parte di Mussolini e degli ambienti più moderati della RSI, alle forze, come i socialisti, ritenute dal Duce meno lontane, anche sotto il profilo ideologico, da quel fascismo rivoluzionario e delle origini che aveva in qualche modo tentato una sua riproposizione tra il 1943 e il 1945, e non contrarie in modo pregiudiziale a un passaggio dei poteri senza spargimento di sangue.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Questo piano – cui si sarebbero con tutte le forze opposti, oltre ai fascisti intransigenti, esponenti di spicco del Comitato di liberazione nazionale come Lelio Basso e Sandro Pertini – doveva trovare concreta attuazione sulla base degli accordi che, per volontà del Duce, intercorsero tra il generale Nicchiarelli, vicecomandante della Guardia nazionale repubblicana, e Corrado Bonfantini, il comandante delle formazioni militari del Partito socialista italiano, per costituire formazioni miste, i «battaglioni del popolo» che, agli ordini di ufficiali della GNR, sarebbero entrati in azione nel momento in cui i tedeschi si fossero ritirati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Oltre a questi motivi ufficiali va da sé che potessero esisterne altri per pervenire a un accordo: l’adesione, di elementi di entrambe le parti, a un programma di moderazione e pacificazione al fine di scongiurare, per ragioni ideali o di semplice opportunità, la lotta fratricida; il tentativo da parte fascista di mettere in atto sia una manovra tattica per creare spaccature nello schieramento opposto, tutt’altro che compatto, sia una manovra alibistica cui alcuni uomini della RSI credevano di poter ricorrere quando fosse sopraggiunto il momento della resa dei conti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Non fu tanto, o solo, la paura della legge sull’epurazione che era entrata in vigore nel luglio del 1944 a convincere alcuni esponenti del fascismo repubblicano a cercare canali di trattativa con il Corpo di liberazione nazionale per l’Alta Italia. Determinante fu la spesso minacciosamente preannunciata creazione dei tribunali del popolo, cui avevano dato in modo ufficiale il proprio avallo i CLN regionali, e che solo più tardi, secondo i programmi insurrezionali, avrebbero dovuto cedere il passo alle Corti d’assise straordinarie. Era ormai chiaro che si stava avvicinando il momento della vendetta, anche se non si immaginavano quelle che sarebbero state le effettive dimensioni della strage. Quasi sempre e ovunque, nel corso della storia, i tribunali popolari hanno fatto ricorso a bagni di sangue e vendette indiscriminate definendole poi, per legittimare il potere dei vincitori, atti di giustizia. «Lo sforzo degli uomini di buona volontà» – era scritto in un promemoria del gennaio-febbraio 1945 contro la banda Carità recapitato da Carlo Alberto Biggini al Duce – «dovrebbe tendere a creare un fronte unico contro criminali e pazzeschi propositi di uccidere uomini che hanno operato nell’orbita del loro dovere, seguendo le regole della fedeltà, dell’onestà e della probità».1</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Le paure nutrite dai fascisti non erano infondate. Il 25 novembre 1943, all’inizio della lotta di liberazione era stato pubblicato l’«Ordine del giorno n. 1» della Resistenza in cui si affermava che «le formazioni partigiane debbono orientare la loro attività soprattutto al conseguimento di questi obiettivi: 1) attaccare in tutti i modi e annientare ufficiali, soldati, materiali delle forze armate che hanno invaso il nostro Paese; 2) attaccare in tutti i modi ed annientare le persone, le sedi, le proprietà dei traditori fascisti o di quanti collaborano con l’occupante tedesco; 3) attaccare in tutti i modi e distruggere la produzione di guerra destinata ai tedeschi, le vie, i mezzi di comunicazione, tutto quanto può servire ai piani di guerra e di rapina dell’occupante nazista».2</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I timori dei fascisti trovavano un ulteriore riscontro nella proposta formulata alla fine del 1944 dalle brigate «Garibaldi», legate al Partito comunista italiano, al CLNAI di dichiarare traditori e nemici della patria non solo gli iscritti al Partito fascista repubblicano, ma anche i non iscritti appartenenti alle forze volontarie. In quanto «collaborazionisti» dovevano essere eliminati per mano partigiana.3 Il CLNAI, sulla base del principio che chi si arrendeva doveva aver salva la vita, non accettò: solo i fascisti catturati con le armi in pugno sarebbero stati passati per le armi. Tuttavia il CLN piemontese, che si caratterizzò sempre per la sua autonomia d’azione, all’inizio del 1945, emanando le proprie «direttive operative per l’insurrezione» ordinò che tutti i ministri, sottosegretari, prefetti, federali, giornalisti fascisti e militi delle varie unità combattenti della RSI, indossanti o meno la camicia nera, fossero fucilati dopo l’accertamento della loro identità. Va a proposito ricordato non soltanto che tali disposizioni erano contenute nelle circolari numero 200 e 250, firmate da generali e colonnelli dell’esercito, ma che era escluso per i condannati il diritto di inoltrare domanda di grazia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il CLN lombardo il 24 marzo 1945 ordinò l’arresto, la confisca dei beni e la punizione di «tutti coloro che, con la loro attività, abbiano comunque contribuito ad agevolare e mantenere il regime di occupazione delle forze armate tedesche e dei loro alleati», precisando però in modo dettagliato chi doveva essere punito, ovvero «chi ha collaborato alla stampa», «chi ha fornito merci al governo o alle forze armate della Germania», «chi si è arruolato nei servizi del lavoro», «chi ha dato informazioni su depositi e impianti».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ci fu una specie di legittimazione a scatenare il furore degli odi e delle vendette, la caccia all’uomo: stupri e rapine si accompagnarono alle stragi che fecero ammucchiare i cadaveri sulle strade del Nord. Non ci fu più nulla di sacro: tutto fu confuso e annullato in una sola ondata di sangue. In totale migliaia e migliaia di morti, spesso uccisi per equivoco o senza fondata ragione. La strage spesso non fu motivata da una qualsiasi idea politica, ma dallo sfrenarsi degli istinti peggiori di quanti volevano sfogare rancori personali, talvolta appagare una libidine di sangue, in altri casi coprire con l’assassinio il furto e la rapina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In guerra uccidere il nemico è una dura ma comprensibile necessità, si può persino giustificare la rappresaglia contro l’avversario che ancora combatte. Ciò che invece non si comprende è la ferocia contro chi è caduto e non può più nuocere. Si è parlato di giustizia, di giustizia partigiana, ma la giustizia vuole la punizione dei criminali e non già l’eliminazione degli avversari. La giustizia considera mostruosa contaminazione il travestimento dell’odio politico con improvvisate e capziose formule giuridiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nelle stragi un ruolo primario, da protagonisti, lo ebbero i comunisti che si rivelarono spesso implacabili: la «direttiva insurrezionale n. 16» diramata dal PCI il 10 aprile 1945 era logica, dato lo stato di guerra, pur nella sua ferocia: intimare ai gerarchi di arrendersi prima dell’insurrezione e accompagnare l’ordine con degli esempi: «Mentre si darà applicazione alle direttive emanate per la diffusione della nostra intimazione, si dovrà colpire duramente quanti non s’arrendono, per dar prova che la nostra intimazione non è un’inutile bravata, ma che abbiamo la forza ed i mezzi per darle integrale applicazione. Il lancio di manifestini diretti ai nazifascisti e ai loro amici e collaboratori, l’invio di lettere personali ai grossi papaveri dell’apparato statale e produttivo, devono essere accompagnati da quanti più esempi è possibile di gerarchi, di nazifascisti, di alti funzionati, di dirigenti collaborazionisti abbattuti dal piombo giustiziere dei patrioti».4</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fu disposto di non accettare nessuna possibilità di conciliazione. Se i partiti del CLN auspicavano, in genere, l’insurrezione per assicurarsi il merito di aver «liberata» l’Italia del nord nell’illusione che ciò potesse avere un peso al tavolo della pace, i comunisti volevano I’insurrezione per l’insurrezione, non solo per tutte le possibilità implicite in tale stato d’anarchia, dall’eventualità della conquista del potere alla cattura di un importante bottino, ma soprattutto perché consideravano l’insurrezione un atto capitale nell’educazione rivoluzionaria del popolo italiano. Pertanto la «direttiva» proclamava: «Per tutti, deve essere ben chiara una cosa: per nessuna ragione il nostro Partito, e i compagni che lo rappresentano in qualsiasi organismo militare o di masse, devono accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo».5</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Come criterio generale della condotta da tenere verso i fascisti durante tale insurrezione «il Comando Piazza di Torino aveva disposto la fucilazione dei gerarchi e degli appartenenti alle formazioni armate nonché dei direttori dei giornali ed altro “personale”, ma il Comando Generale dei Volontari della Libertà trasmettendo per conoscenza a tutti i comandi dipendenti le disposizioni di Torino precisò la sua direttiva: “Chi si arrende deve aver salva la vita, se non ha da rispondere di crimini particolari. Deve essere fucilato ogni fascista catturato con le armi”».6 Spesso non ci si limitò a eseguire l’ordine del Comando generale del Corpo volontari della libertà (CVL), ma si oltrepassò abbondantemente anche quanto era stato stabilito dallo stesso Comando piazza torinese, che forse fu il più duro di tutti, in quanto si ammazzarono all’impazzata e senza pensarci su fascisti e presunti tali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tornando al «ponte», va detto che ad esso non furono estranee connivenze e strumentalizzazioni come il rilascio di alcuni dirigenti democristiani, operato a fini propagandistici; il movimento si attirò così l’ostilità violenta dell’ala estremista del fascismo ormai troppo compromessa. Nella vicenda, alla buona fede e all’alibismo di Edmondo Cione e al protagonismo di qualche figura minore si unì il tentativo poco convinto, limitato e tardivo, del Duce – al di là dell’evidente natura tattica dell’autorizzazione concessa al Raggruppamento nazionale repubblicano socialista (RNRS) – di procurarsi una credibilità verso l’esterno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Riteniamo che al progetto «pontista» – nonostante fosse intrinsecamente minato da contraddizioni insuperabili e da difficoltà esterne, e al di là della sua scarsa incidenza agli effetti pratici – non possa essere negata né una sua dignità politica né un’intima sincerità di intenti innovatori, al contrario di quanto vollero riconoscere, a guerra finita alcuni esponenti dell’antifascismo i quali come Parri sostennero, minimizzando, che si era trattato di un fenomeno di scarsa rilevanza anche se era riuscito a sollevare qualche allarme per il suo carattere di «perturbamento e di confusione».7 Ci fu una fitta serie di contatti fra personaggi tra loro molto lontani per differente estrazione e posizione politica, provenienza e sensibilità culturale, ma tutti mossi, per quanto in maniera diversa e con diverse finalità, dall’idea, molto generosa se non utopistica, del «ponte». Questo, e l’attività svolta da Cione, costituirono un fenomeno rilevante in quanto catalizzatore e rivelatore di ansie e aspirazioni velleitarie dell’ultimo fascismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">1 Promemoria conservato nell’Archivio Toffanin, cit. da Garibaldi L., Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Mursia, Milano 1983, p. 176.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">2 Dal discorso di Togliatti a Reggio Emilia, in «l’Unità», 24 maggio 1949.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">3 Cfr. Tamaro A., Due anni di storia: 1943-1945, Tosi, Roma 1949, vol. III, p. 432. Dello stesso tenore anche: BASTA? Una franca parola ai traditori fascisti, in «Il Lavoratore», n. 9, 1° maggio 1944, dove si legge testualmente: «Tutti i cittadini hanno il diritto e il dovere di erigersi a giustizieri dei fascisti».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">4 Longo L., Un popolo alla macchia, Mondadori, Milano 1947, p. 414.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">5 Ibidem.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">6 Ibidem, pp. 426, 427.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">7 Parri F., Scritti 1915-1975, Feltrinelli, Milano 1976, p. 130.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>INDICE</strong></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Prefazione</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Introduzione</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Primo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Politica di conciliazione nazionale e necessità del «ponte»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Secondo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Biggini, il ministro moderato</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Terzo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Il compagno-camerata Silvestri e il sogno di un socialismo fascista</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Quarto</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Edmondo Cione, un idealista «privo di seguito»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Quinto</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">L’incontro tra il filosofo e il dittatore</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Sesto</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Indipendenza nazionale, libertà e giustizia sociale</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Settimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">La nascita del Raggruppamento nazionale repubblicano socialista</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Ottavo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Pontisti «neri» e pontisti «rossi»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Nono</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Prove di distensione: gli incontri degli antifascisti col questore Bettini</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Decimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">I contatti di Nicoletti con Bonfantini e Concordia</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Undicesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Gli accordi tra Bonfantini e Nicchiarelli. Le due verità</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Dodicesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">«Il giramondo»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Tredicesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Il RNRS tra speranze per il futuro e difficoltà presenti</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Quattordicesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">«L’Italia del popolo»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Quindicesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">L’opera di controllo della GNR</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Sedicesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">L’opposizione dei fascisti intransigenti e degli antifascisti</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Diciassettesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">L’unità del RNRS minata dal protagonismo dei suoi vertici</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Diciottesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">L’ostilità tedesca al progetto pontista</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Diciannovesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Il riavvicinamento tra Silvestri e Mussolini, tra sogni e illusioni</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Ventesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">La simpatia del Duce per la Lega dei consigli rivoluzionari</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Ventunesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">L’estremo tentativo mussoliniano di consegnare la RSI ai socialisti</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Ventiduesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">La fine di tutto</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Capitolo Ventitreesimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;">Le polemiche del dopoguerra</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Appendice</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Note</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Ringraziamenti</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Bibliografia</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Indice dei nomi</span></strong></p>
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		<title>OPERAZIONE BARBAROSSA</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 00:00:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[PREFAZIONE Quando si scrive di storia non ha alcuna importanza che sia piacevole o spiacevole; se teniamo in considerazione ciò che piace o non piace, ciò che serve o non serve, usciamo subito dall&#8217;ambito della disciplina per entrare in quello della propaganda. Chi ama indagare il passato con intenti scientifici deve cercare di fare chiarezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><a href="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/BARBAROSSA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-66" title="BARBAROSSA" src="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/BARBAROSSA-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>PREFAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si scrive di storia non ha alcuna importanza che sia piacevole o spiacevole; se teniamo in considerazione ciò che piace o non piace, ciò che serve o non serve, usciamo subito dall&#8217;ambito della disciplina per entrare in quello della propaganda. Chi ama indagare il passato con intenti scientifici deve cercare di fare chiarezza su ciò che è successo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso, insieme alla convinzione che non occorra un libro per sostenere le tesi e la validità di un altro, mi soffermerò brevemente sul perché di questo saggio. Quando nel 2000 uscì in Italia il libro di Viktor Suvorov,<em> Stalin, Hitler: la rivoluzione bolscevica mondiale</em>, da me letto con grande curiosità e interesse, ma anche con piacere per l’esemplare semplicità e chiarezza unite a uno stile asciutto e privo di retorica, incominciai a pormi dei quesiti sulle possibili ragioni per cui si era rotto il patto di alleanza che avrebbe, forse, permesso a quei due dittatori di spartirsi il mondo.<em> </em>Da allora mi ripromisi di leggere – uscendo periodicamente dalle letture e dagli studi propedeutici ai miei libri – alcune biografie di Hitler e Stalin oltre ai saggi sul patto di non aggressione firmato dai ministri degli Esteri russo e tedesco il 23 agosto 1939, a Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">Suvorov, nello scrivere la sua opera, si era avvalso non di archivi o di fonti dei servizi segreti ma di pubblicazioni ufficiali, accessibili a tutti come manuali diffusi nelle scuole delle forze armate, riviste militari, quotidiani, come la «Pravda» e «Krasnaja zvezda», il giornale dell&#8217;Armata Rossa, periodici e altri scritti, fra cui l’opera omnia di Stalin, di Lenin e Marx, i discorsi dei marescialli sovietici, Žukov, Konev, Rokossovskij. L’ex funzionario dei servizi segreti militari sovietici capovolgeva così l’opinione comune allora diffusa sull’origine della Seconda guerra mondiale, analizzando il ruolo del dittatore georgiano nella sua lunga progettazione e nel suo sviluppo. Facendo un dettagliato esame della preparazione militare e ideologica della guerra e dell’apparato bellico sovietico, l’autore si chiedeva come fosse potuto accadere che, di fronte a questa mole di materiali, nessuno avesse capito l’effettivo svolgersi del conflitto, il progetto, la tattica e la strategia dell’Unione Sovietica. La sua tesi era che Stalin, fin dagli anni Venti, avesse auspicato e preparato la guerra, considerandola, sulla scia di Lenin, adatta a innescare quella rivoluzione proletaria per la quale Hitler avrebbe svolto inconsapevolmente la funzione di «nave rompighiaccio»; in sintesi il dittatore tedesco sarebbe stato un utile burattino nelle mani del suo omologo sovietico il cui progetto era l’invasione e l’occupazione dell’Europa. Suvorov spiegava, inoltre, l’abilità di Stalin, l’effettivo iniziatore della guerra, nel riuscire ad apparire come una parte lesa sedendosi poi, nelle trattative, dalla parte dei vincitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggendo il libro risultava infranto il cliché della «lotta antifascista» guidata dal socialismo e veniva confermata l’idea che sulla guerra tra Germania e Unione Sovietica non fosse ancora stata scritta tutta quanta la verità, che alcuni suoi aspetti fossero stati deliberatamente nascosti per non infrangere il manicheismo imperante, dato che la storia la scrivono sempre i vincitori, per cui i perdenti sono, per forza, quanto meno criminali oltre che i principali, se non esclusivi, responsabili di quanto accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la tesi rivoluzionaria di Suvorov – pseudonimo di Vladimir Bogdanović Rezun, nato nel 1947, figlio di un ufficiale dell&#8217;Armata Rossa, studi all&#8217;Accademia Suvorov e alla Scuola militare superiore di Kiev, dopo aver preso parte all&#8217;invasione della Cecoslovacchia nel 1968, nel 1970 è entrato nei servizi segreti e in questa veste ha risieduto a Ginevra dal 1974 al 1978, anno in cui ha chiesto asilo politico in Inghilterra ed è stato condannato a morte in Unione Sovietica – l&#8217;attacco «a sorpresa» di Hitler all&#8217;URSS sarebbe stato in realtà un&#8217;estrema reazione per prevenire l&#8217;imminente invasione dell’Europa da parte di Stalin, ragione per cui l’opposizione di quest’ultimo al Terzo Reich sarebbe stata soltanto strumentale: la premessa  di uno scontro più vasto con le democrazie occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Una tesi del genere comportava un vero e proprio sconvolgimento della storiografia novecentesca, che ritiene l&#8217;opposizione dell&#8217;Unione Sovietica e, in genere, la lotta antifascista della sinistra come il nodo cruciale del XX secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver consentito a Hitler la conquista dell’Europa, usandolo come un rompighiaccio, Suvorov sosteneva che Stalin avrebbe dato il via alla sua guerra di conquista e che la data prevista per l&#8217;invasione era stata fissata al 6 luglio 1941. Il Führer, tuttavia, sarebbe riuscito a scoprire il progetto sovietico precedendolo di due settimane. L’incapacità dei russi di difendersi sul proprio territorio sarebbe stata determinata dal fatto che erano stati preparati a una guerra offensiva e non difensiva quale fu quella cui li aveva costretti il Terzo Reich.<em> </em>Conferme a questa tesi furono trovate anche in documenti segreti conservati negli archivi, come ad esempio, tanto per citarne uno, il piano del maresciallo Žukov per l&#8217;attacco alla Germania, datato 15 maggio 1941. Stalin sapeva che prima o poi Hitler avrebbe attaccato l’URSS, ma non si aspettava che l&#8217;aggressione sarebbe avvenuta così presto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il piano del dittatore georgiano affondava le sue radici, prima ancora che in Lenin, in Marx, per il quale la rivoluzione socialista non poteva che essere mondiale. La Terza internazionale costituiva lo stato maggiore della rivoluzione planetaria e il suo fondatore era convinto che dovesse necessariamente vincere o l&#8217;uno o l&#8217;altro fronte, non potendo l’URSS coesistere a lungo con entità statali ispirate a principi diversi. Su ciò concordava anche Stalin, che riteneva una necessità improrogabile la diffusione del regime comunista in tutto il mondo, pena la disintegrazione dell&#8217;Unione Sovietica. La storia sembra aver dimostrato come fossero fondati quei sospetti: la globalizzazione in corso è, infatti, non quella auspicata dai sostenitori dell’ideologia comunista ma quella ispirata ai principi<em> </em>del capitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo nel 1941 ma anche quattro anni dopo, per Suvorov, Stalin era convinto che la guerra fosse persa, tanto che rifiutò di assistere alla parata della vittoria, rispondendo a chi gliene chiedeva la ragione, che l’URSS si sarebbe disintegrata non essendo riuscita a conquistare «neanche l&#8217;Europa». Per decenni si è ritenuto che mettere in luce le responsabilità del totalitarismo sovietico sarebbe equivalso a scusare o giustificare quello nazionalsocialista. Oggi però che i due totalitarismi non esistono più con queste dimensioni, occorre cercare di comprendere più compiutamente il passato. È quanto ho cercato di fare. Con l’ampia bibliografia presente in fondo al testo ho voluto offrire uno strumento a chi  voglia approfondire l’argomento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INDICE</strong></p>
<p><strong>Prefazione</strong></p>
<p><strong> Operazione Barbarossa</strong></p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>LA «LEGIONE STRANIERA» DI MUSSOLINI</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 00:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[INTRODUZIONE Durante la II° guerra mondiale, come altre potenze belligeranti, a cominciare dalla Germania, pur se non nella stessa misura dell&#8217;alleata, anche l&#8217;Italia dispose di una sua «Legione straniera», ovvero di un certo numero di uomini di diverse nazioni che accettarono di essere inquadrati in vario modo nelle forze armate italiane. Le circostanze e gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/lalegionestraniera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-57" title="lalegionestraniera" src="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/lalegionestraniera-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><strong>INTRODUZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Durante la II° guerra mondiale, come altre potenze belligeranti, a cominciare dalla Germania, pur se non nella stessa misura dell&#8217;alleata, anche l&#8217;Italia dispose di una sua «Legione straniera», ovvero di un certo numero di uomini di diverse nazioni che accettarono di essere inquadrati in vario modo nelle forze armate italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Le circostanze e gli obiettivi che indussero costoro a schierarsi e molto spesso a combattere con, per e al fianco degli italiani furono diversi. Per alcuni si trattò di passare dalla triste condizione di prigionieri di guerra a quella di membri del primo nucleo dell&#8217;esercito di liberazione del proprio Paese: è il caso dei volontari arabi e indiani inquadrati nell&#8217;ambito del Raggruppamento Centri Militari. Sarebbero stati loro, avanguardia dei propri popoli, a guidare la marcia delle forze del Tripartito alla liberazione del mondo arabo e del subcontinente indiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Per altri, è il caso dei serbi ortodossi, schierarsi al fianco del Regio esercito fu una scelta imposta dalla nuova realtà determinatasi con lo smembramento della Jugoslavia, dalla necessità di difendere se stessi dalla politica persecutoria messa in atto dai croati cattolici, ma anche da ragioni ideologiche come la lotta al comunismo e in difesa dell&#8217;ortodossia, dell&#8217;idea di una «più grande Serbia».</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opposizione al movimento partigiano di Tito fu l&#8217;elemento decisivo che indusse dalmati, sloveni e croati a inquadrarsi nei ranghi degli italiani. Ci fu chi combatté per garantirsi la sussistenza, chi ritenne la collaborazione una necessità imposta dagli eventi e chi fece la propria scelta in base a ragioni ideologiche. In qualche caso determinante fu l&#8217;adesione agli ideali del fascismo, di un fascismo localmente declinato secondo specifiche esigenze nazionali e quindi portato spesso a scontrarsi con altri nazionalismi dell&#8217;area balcanica. Qui per le forze di occupazione italiane la situazione si presentò, fin dai primi mesi del 1942, piuttosto difficile e la necessità di contrastare la resistenza – le cui forze negli ultimi tempi si erano riorganizzate per scatenare un&#8217;offensiva nei distretti meridionali della Slovenia e nelle regioni della Bosnia-Erzegovina – li portò a cercare la collaborazione delle forze anticomuniste, sia per stroncare le formazioni partigiane, sia per creare un consenso popolare all&#8217;occupazione. Gli italiani cercarono quindi di inserirsi nella polveriera balcanica e di aprirsi a quelle forze autoctone, civili e militari, con cui era possibile cooperare in funzione antipartigiana.</p>
<p style="text-align: justify;">In un contesto completamente diverso, del tutto ideali furono le ragioni che indussero qualche decina di maltesi presenti nel nostro Paese ad arruolarsi sotto la bandiera di un&#8217;Italia che sentivano essere la loro patria e a cui Malta avrebbe dovuto essere unita una volta cacciati gli inglesi, scrivendo in tal modo un&#8217;altra, ultima pagina, del processo risorgimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ideali infine furono le ragioni per le quali alcuni tedeschi, volontari di nome più che di fatto, costituirono in Africa Orientale la Deutsche Motorisierte Kompanie».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INDICE<br />
</strong></p>
<p><strong>Introduzione </strong></p>
<p><strong>Capitolo Primo</strong></p>
<p><em>Gli arabi</em></p>
<p><strong>Capitolo Secondo</strong></p>
<p><em>Gli indiani</em></p>
<p><strong>Capitolo Terzo</strong></p>
<p><em>La Jugoslavia sotto il dominio dell&#8217;Asse</em></p>
<p><strong>Capitolo Quarto</strong></p>
<p><em>Le milizie anticomuniste della Slovenia</em></p>
<p><strong>Capitolo Quinto</strong></p>
<p><em>I volontari anticomunisti della Dalmazia «italiana»</em></p>
<p><strong>Capitolo Sesto</strong></p>
<p><em>La lotta dei cetnici al fianco degli italiani in Croazia</em></p>
<p><strong>Capitolo Settimo</strong></p>
<p><em>La legione croata sul fronte russo</em></p>
<p><strong>Capitolo Ottavo</strong></p>
<p><em>I cosacchi</em></p>
<p><strong>Capitolo Nono</strong></p>
<p><em>I maltesi</em></p>
<p><strong>Capitolo Decimo</strong></p>
<p><em>I tedeschi nell&#8217;esercito italiano: la Deutsche Motorisierte Kompanie</em></p>
<p><strong>Appendice </strong></p>
<p><strong>Note </strong></p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p><strong>Indice dei nomi</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>CARMELO BORG PISANI</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 00:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carmelo Borg Pisani]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[PRESENTAZIONE Giudicare Carmelo Borg Pisani, anche dopo più di sessant&#8217;anni dalla sua tragedia, crea qualche difficoltà. Per chi nel passato sognò una Malta irredenta e vide nella sua unione all&#8217;Italia il compimento storico del Risorgimento, egli sta nella stessa categoria di Cesare Battisti e di altri eroi, che in terre irredente vissero il sogno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a><img class="alignleft size-full wp-image-206" title="borg" src="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/07/borg.jpg" alt="" width="144" height="200" /></a>PRESENTAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Giudicare Carmelo Borg Pisani, anche dopo più di sessant&#8217;anni dalla sua tragedia, crea qualche difficoltà. Per chi nel passato sognò una Malta irredenta e vide nella sua unione all&#8217;Italia il compimento storico del Risorgimento, egli sta nella stessa categoria di Cesare Battisti e di altri eroi, che in terre irredente vissero il sogno di un ritorno alla madrepatria.Da chi negli anni Quaranta e durante la Seconda guerra mondiale visse la situazione politica maltese, Borg Pisani è considerato un traditore che durante il bombardamento indiscriminato dell&#8217;arcipelago da parte delle forze aeree italo-tedesche stava dalla parte di chi lo riduceva in rovine. Questo rimane per molti l&#8217;enigma dell&#8217;uomo. In verità qui sta il semplicismo di chi vuol ridurre la tragedia di un giovane, serio e idealista, in un&#8217;apoteosi non del tutto meritata, o in un disprezzo non del tutto dovuto. A partire dal 1530, a Malta, pur geograficamente e, grazie all&#8217;Ordine dei Cavalieri, culturalmente vicina all&#8217;Italia, si sviluppò un&#8217;identità particolare che, in seguito alla presenza francese contro la quale i maltesi insorsero riscattando con il sangue la propria indipendenza, rafforzò le posizioni dell&#8217;Inghilterra cui era legata l&#8217;economia dell&#8217;isola ed estese l&#8217;influenza della cultura anglosassone. Il Risorgimento italiano, tramite le sue figure storiche, alcune delle quali presenti nell&#8217;isola come esuli, diede l&#8217;impulso necessario al nazionalismo maltese. Questo, pur essendo culturalmente difensore dell&#8217;idioma italiano a Malta, una presenza linguistica che durava da più di sette secoli, si ispirava anche a principi di democrazia e del governo rappresentativo sul modello di Westminster.Tutto ciò, unitamente al ruolo giocato sul piano economico, fece talvolta apparire la presenza inglese a Malta come quella di uno Stato coloniale e imperialista. È importante notare che il nazionalismo maltese non era irredentista, non considerava come suo vitale obiettivo l&#8217;unione di Malta all&#8217;Italia. Quello su cui insisteva il nazionalismo maltese era che pari passu all&#8217;avanzamento della lingua inglese, quella italiana continuasse ad essere parte della cultura dell&#8217;isola, come lo era stata nei secoli precedenti. In sintesi, il nazionalismo maltese difendeva la civiltà latina di Malta come elemento fondamentale per il diritto all&#8217;autogoverno del popolo maltese.Gli anni Trenta del XX secolo erano anni difficili. Difficili perché la politica coloniale inglese a Malta si manifestò in tutta la sua durezza. Il sistema di «self government», che dopo una lunga lotta politica il popolo maltese aveva ottenuto dal 1921 in avanti, venne prima sospeso e poi tolto. Il governatore inglese decise provvedimenti contro la lingua italiana. Carmelo Borg Pisani fu preso in questo vortice: da una parte una dipendenza economica dall&#8217;Inghilterra che restringeva l&#8217;azione politica per l&#8217;autonomia reclamata dai politici nazionalisti, e dall&#8217;altro lato la sfida del governo britannico che volle ad ogni costo cancellare dall&#8217;isola la forte presenza della cultura latina.La decisione dell&#8217;Italia di concludere il Patto d&#8217;Acciaio con la Germania creò una situazione ancora più difficile per tanti maltesi. Una cosa era lottare per la civiltà latina di Malta, e un&#8217;altra cosa era far parte di un grande disegno nazifascista. Mentre Mussolini godeva di una certa simpatia nella politica internazionale, l&#8217;affiancamento a Hitler rafforzò in molti la volontà di lottare contro le dittature. E qui stava l&#8217;ironia del popolo maltese. Questo subiva la dittatura britannica, ma almeno l&#8217;Inghilterra credeva nei princìpi della democrazia, mentre l&#8217;asse Roma-Berlino si fondava sulla dittatura.Questo era anche il calvario del nazionalismo maltese che andava cercando le vie della soluzione per un popolo che voleva salvaguardare la sua storia, la sua dignità, ma tutto questo nel rispetto della democrazia nella quale credeva. È da qui che inizia la divergenza con Borg Pisani il cui nazionalismo non si sviluppa nel contesto di una Malta che deve autogovernarsi, ma di una Malta irredenta.Per i nazionalisti maltesi, il sogno del nazionalismo si concretizzerà il 21 settembre 1964, con l&#8217;indipendenza dell&#8217;arcipelago. Da coloro che guardavano all&#8217;Inghilterra come nazione protettrice e sostenitrice dell&#8217;economia, Borg Pisani viene considerato come uno che aiutava il nemico. Ma sarebbe uno sbaglio non accreditargli un idealismo puro e travolgente, perché veramente credette nella causa di Malta irredenta. Per lui la soluzione maltese stava non nell&#8217;indipendenza di Malta, e neppure nell&#8217;assorbimento di Malta nell&#8217;impero inglese, ma nel suo ritorno a quella che considerava la madrepatria, l&#8217;Italia. Questo lo fece con un convincimento chiaro e deciso.Carmelo Borg Pisani visse una vita ordinaria che le circostanze della storia fecero cambiare in modo straordinario. Egli non rappresenta un enigma, era soltanto un giovane dalle idee semplici, di principi risoluti, che merita il rispetto di chi s&#8217;immola per i propri sogni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Professor Guido de Marco</em></strong><br />
<strong><em>Presidente Emerito di Malta</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INTRODUZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eroe o traditore? Il sottotitolo di questo libro esplicita quel che, nel linguaggio degli speaker televisivi, si definirebbe appunto «una bella domanda». E una domanda molto difficile: quasi disperante, in questi tempi di polemiche aspre e talvolta demenziali sul cosiddetto relativismo.<br />
È stato fra gli altri Carl Schmitt a impostare da par suo il paradigma del traditore. Una dimensione complessa dell&#8217;essere e dello scegliere: la spia, il doppiogiochista, il collaborazionista, il traditore vero e proprio sono ritagliati nella stessa stoffa del traduttore o di quello che nell&#8217;epica bizantina sarebbe il Dighènis Akrites1e in tanti momenti della storia sono stati il clandestino-brigante e il borderfighter. In un suo saggio, Carlo Ginzburg ha confessato (ne riassumo il pensiero, ma non ricordo le parole esatte) che, quando riceve critiche anche aspre a una sua tesi, non sa resistere dall&#8217;immedesimarsi nelle ragioni del critico e quasi dal «tifare» per lui contro se stesso. Caso tipico da lettino dello psicanalista o caso estremo di onestà intellettuale? Comunque siamo almeno in due a sentire e a pensarla così: a me succede sempre l&#8217;identica cosa. Ciò è valido però per un tipo speciale di «traditore» o, visto dall&#8217;estremo opposto, di «convertito»: colui cioè che per maturata ma sofferta convinzione, o per viltà, o per interesse, o per un eccesso di sentimentalismo, o per una troppo vigile curiosità intellettuale, o essendo (sul piano etno-linguistico-culturale) perfettamente bilingue, spesso è anche uno che ha due patrie, e magari le ama entrambe e non riesce a distaccarsi del tutto dalla sponda che in qualche modo è stato costretto o indotto ad abbandonare. Colui insomma per il quale il «tradimento» è stato obiettivamente tale, e non ha costituito una metanoia, una conversio; oppure colui il quale ha scelto una parte di se stesso, ma così facendo pensa di averne perduta un&#8217;altra, e vorrebbe tanto poter riunire quelle due parti di sé, sanare quell&#8217;intima contraddizione, quella continua nostalgia dell&#8217;altra sponda, quell&#8217;eterno sentirsi «altrove». «J&#8217;ai deux amours», come diceva la vecchia canzone francese.<br />
Ma, naturalmente, il vero convertito è altra cosa: è un uomo nuovo, che si è lasciato alle spalle l&#8217;uomo vecchio come si getta un abito usurato o un otre ormai inservibile, di quelli che non si userebbero mai per versarvi l&#8217;evangelico vino nuovo. Quanto poi il «traditore» sia tale solo formalmente o istituzionalmente, perché in realtà ha avuto in sorte di nascere sulla sponda o sul lato del crinale «sbagliati» rispetto alla sua essenza profonda e alla sua identità, allora il discorso è ancora diverso: in quel caso, il «tradimento» sarà solo la corsa verso la libertà. Che cosa «tradivano» i cittadini tedesco-orientali che si gettavano a corsa pazza verso la sbarra di confine o che scavalcavano il muro che divideva le due Berlino, sfidando i mitra dei Vopos?<br />
Resta comunque vero che, invariabilmente e con le dovute, fortunate o illuminate eccezioni, colui che è un eroe o un convertito per i suoi nuovi fratelli, quelli verso i quali si dirige nella sua corsa verso quelle che gli sembrano la Libertà o la Giustizia o la Patria o la Verità , è invariabilmente un traditore o un rinnegato per quelli la terra o la fazione o la fede dei quali egli abbandona. Salvo che poi, finché i giochi non sono chiari, il rinnegato o il traditore possono essere usati come spie o come doppiogiochisti o anche semplicemente come traduttori e diplomatici magari ufficiosi. Quel che davvero purtroppo decide, sul piano dell&#8217;eroismo versus tradimento, del rinnegamento e dell&#8217;apostasia versus conversione, è il lato dal quale inclina la bilancia della Storia. Sono i vincitori a decidere chi sia eroe, chi sia traditore. Perché, altrimenti, dovremmo mai – almeno in Italia – chiamare eroi Guglielmo Oberdan e Cesare Battisti? E perché, al contrario, sono stati giudicati traditori un Robert Brasillach e un Ezra Pound, e l&#8217;uno è finito fucilato mentre per non macchiarsi del sangue del più grande poeta del Novecento i vincitori del &#8217;45 hanno dovuto farlo passar per pazzo e rinchiuderlo come una belva feroce in una gabbia del Fascist Criminal Camp di Coltano?<br />
La storia d&#8217;Italia ha avuto i suoi irredentisti: e gli irredentisti sono sempre dei rinnegati e dei traditori per quella che – premesse alcune condizioni storiche e giuridiche – è formalmente, istituzionalmente la loro patria. Ma se gli irredentisti anteriori al 1918, indipendentemente dall&#8217;esito della loro scelta e del loro impegno, hanno ricevuto se non altro postuma gloria, un velo greve, pesante, plumbeo, è calato sugli altri, su quelli che irredentisti sono stati nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. In un periodo nel quale la storia scritta dopo il &#8217;45 ha decretato che onorevole fu l&#8217;esule e patriota colui che, dopo il giugno &#8217;40, avesse agito o perfino combattuto contro il proprio esercito e il proprio Paese, mentre al contrario assolvibile (ma non del tutto innocente) chi non avesse avuto il coraggio di compiere tale scelta, o chi si fosse rifugiato dietro il «right or wrong, it&#8217;s my country»; e degno al contrario d&#8217;oblio chi vivendo in un Paese estero, ed essendo italiano, avesse fatto di tutto per ricongiungersi alla madrepatria anche nonostante il fatto ch&#8217;essa fosse in balìa di una dittatura. Al limite, l&#8217;irredentismo italiano tra le due guerre, che poteva esercitarsi dalla Corsica o da Malta, è stato considerato e – molto poco – studiato solo come uno degli aspetti della propaganda fascista o dei suoi esiti.<br />
In effetti, l&#8217;Italia fascista non era soltanto una patria: essa costituiva anche una scelta se non proprio ideologica quanto meno politica. Chi si fosse sentito italiano e attratto dal richiamo dell&#8217;Italia, ma al tempo stesso avesse nutrito sentimenti antifascisti o sospetti e riserve nei confronti del fascismo, si sarebbe probabilmente astenuto, almeno tra il &#8217;25 e il &#8217;40 (e con più decisione durante il conflitto) dal compiere scelte suscettibili di riavvicinarlo all&#8217;Italia o addirittura di ricondurlo entro i suoi confini. Ciò è vero soprattutto in Corsica: l&#8217;isola, nella quale l&#8217;italicità è sempre stata presente ma non altrettanto l&#8217;italianità, è stata dal Settecento terra di forti e radicati sentimenti indipendentistici e nazionali, non solo in senso antifrancese, ma anche – in modo diverso – antitaliano. I condannati a morte dal Tribunale per la difesa dello Stato di Bastia del 1946 – che erano peraltro quasi tutti nascosti in Italia – erano senza dubbio fascisti o avevano comunque collaborato con le autorità italiane d&#8217;occupazione sino a quando le truppe coloniali francesi ripersero di nuovo l&#8217;isola. Nel novembre del &#8217;43, ad Algeri, fu fucilato come collaborazionista e traditore il colonnello Petru Simon Cristofini, mentre «traditori» tout court furono giudicati dai tribunali francesi quei còrsi esuli in Italia che stampavano giornali come «Corsica antica e moderna» o «L&#8217;Idea còrsa».<br />
Differente, per natura e per qualità, il caso dell&#8217;irredentismo maltese, che Stefano Fabei ricostruisce rivisitando la figura di un uomo politico, artista e pensatore come Carmelo Borg Pisani: anche perché Sua maestà britannica non aveva mai assunto, nei confronti della gente di Malta, quell&#8217;atteggiamento duramente assimilazionista che aveva caratterizzato la politica francese nei confronti della Corsica almeno dai tempi di quel Napoleone III che era pur figlio e nipote d&#8217;illustri còrsi d&#8217;origine. Borg Pisani, italiano per famiglia, per tradizioni e per educazione fin dalla scuola elementare – l&#8217;«Umberto I» di La Valletta – fu senza dubbio un sostenitore e un cultore dell&#8217;italianità dei maltesi (per i quali italicità e, se si vuole, sicilianità sarebbero più problematiche), ma al tempo stesso compartecipò del clima politico dell&#8217;Italia fascista, ne condivise le prospettive e se si vuole le illusioni, fu soldato italiano, combattente per quella che egli riteneva la liberazione del suo Paese – nell&#8217;evidente prospettiva dell&#8217;annessione all&#8217;Italia – e martire di quell&#8217;idea. Martire nel senso che non poena, sed causa facit martyrem : perché quella fu la ragione per la quale egli immolò la vita, ponendosi sulla scia di quel ch&#8217;era stata una certa lettura del Risorgimento, quella indicata dalla prospettiva dello scritto di Francesco Ercole comparso sul numero di aprile (1943) della rivista «Malta».<br />
Su Carmelo Borg Pisani, e su casi analoghi al suo o con esso confrontabili, è caduto un annoso velo. Era del tutto ovvio e naturale che ciò accadesse: la storia ha bisogno del suo tempo per decantarsi: vi sono cose che è opportuno, e magari anche possibile (per questioni di disponibilità delle fonti) visitare storicamente in modo libero e corretto solo dopo che qualche anno o qualche decennio siano trascorsi.<br />
Stefano Fabei ha puntualmente e correttamente restituito la figura di questo artista-soldato alla storia: una storia, è bene aggiungere, forse per qualche verso marginale, ma non «minore». Ogni tempo ha avuto i suoi personaggi discutibili o controversi. Borg Pisani sarebbe stato un buon cittadino italiano, forse magari un po&#8217; meno attratto dal fascismo, se fosse nato sul territorio metropolitano della madrepatria. Nacque in un lembo di terra che per vicende storiche e posizione geografica era dalla fine del Settecento nelle mani di un paese extramediterraneo ma nel Mare Nostrum molto presente e possente. In questi anni stiamo riscoprendo il rapporto di stretta e profonda complementarità tra Europa e Mediterraneo, mentre Malta, ormai indipendente dal suo vecchio imperiale padrone, sta tornando a interrogarsi sulla sua italianità-italicità, non certo pensando a nuove annessioni, ma orientandosi semmai alla condivisione della nuova patria europea. In questo contesto, e con questo spirito, tornare a ripensare la figura di Carmelo Borg Pisani è cosa opportuna. Un grazie a Fabei per averlo fatto con tanta attenzione ai documenti e tanta sensibilità storica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Franco Cardini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">1Dighènis Akrites è il titolo di un poema anonimo scritto in greco intorno all&#8217;XI-XII secolo, ricco di riferimenti, divenuti leggendari, agli scontri secolari tra Bisanzio e l&#8217;Islam. Protagonista l&#8217;eroe omonimo, figlio di un emiro arabo di Siria e di una nobile bizantina, che affronta una serie di difficili prove contro briganti, draghi e belve per salvare la donna amata. Al termine di una vita di lotte egli diventa il simbolo del mondo dei confini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INDICE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Presentazione di Guido de Marco, Presidente Emerito di Malta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Introduzione di Franco Cardini</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prefazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Primo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nascere a Malta</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Secondo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;arcipelago «Fior del mondo»</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Terzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;amore per l&#8217;arte e per l&#8217;Italia</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Quarto</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La guerra</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Quinto</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Liberazione» per i maltesi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Sesto</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Operazione C3: dai progetti alla rinuncia</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Settimo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Missione speciale</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Ottavo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dal carcere al patibolo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capitolo Nono</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La memoria</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appendice</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Indice dei nomi</strong></p>
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		<title>LE FAISCEAU, LA CROIX GAMMÉE ET LE CROISSANT</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 10:26:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[LIBRI]]></category>

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		<description><![CDATA[PRÉFACE Quand Stefano Fabei m&#8217;a demandé une brève introduction pour son volume Le Faisceau, la croix gammée et le croissant , ma première réaction a été de refuser avec le plus d&#8217;amabilité possible. Pas seulement parce que l&#8217;éditeur m&#8217;accordait à peine dix jours pour lire le livre et le doter d&#8217;une préface, mais parce que [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/08/lefaisceau.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-217" title="lefaisceau" src="http://www.stefanofabei.it/wp-content/uploads/2011/08/lefaisceau.jpg" alt="" width="136" height="200" /></a>PRÉFACE </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quand Stefano Fabei m&#8217;a demandé une brève introduction pour son volume <em>Le Faisceau, la croix gammée et le croissant </em>, ma première réaction a été de refuser avec le plus d&#8217;amabilité possible. Pas seulement parce que l&#8217;éditeur m&#8217;accordait à peine dix jours pour lire le livre et le doter d&#8217;une préface, mais parce que je mettais la dernière main à la rédaction d&#8217;une anthologie de textes sur l&#8217;Afrique, que je devais envoyer le numéro 32 de ma revue historique <em>Studi piacentini </em> à l&#8217;imprimeur et, enfin, parce que je suis constamment sollicité et que je cherche à me protéger.</p>
<p style="text-align: justify;">Toutefois, en discutant avec l&#8217;auteur au téléphone, j&#8217;appris sur la genèse de l&#8217;ouvrage des détails qui affaiblirent peu à peu mes défenses et me contraignirent finalement à la capitulation. Pour commencer, j&#8217;appris que l&#8217;intérêt de Stefano Fabei pour les recherches sur le monde arabe et africain était né de la lecture d&#8217;un livre, <em>I figli del sole. Mezzo secolo di nazifascismo nel mondo </em>, que j&#8217;avais rédigé avec Mario Giovana il y a bien longtemps, en 1965. Son intérêt s&#8217;était plus spécialement porté sur le chapitre que j&#8217;avais consacré à l&#8217;Afrique, aux tentations fascistes de Gamal Abdel Nasser et d&#8217;Anouar el-Sadate et au choix malheureux du parti unique que l&#8217;étiquette socialiste ne rendait guère plus acceptable.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefano Fabei avait vingt ans lorsqu&#8217;il lut ce livre (il en a aujourd&#8217;hui quarante-six) et il était à la veille de passer sa licence de lettres modernes à l&#8217;université de Pérouse. Depuis lors, son intérêt pour les grandes figures du monde arabe et plus particulièrement pour celles qui œuvrèrent entre les années 1910 et les années 1940 ne s&#8217;est jamais démenti. En 1980, il présentait au professeur Salvatore Bono une thèse sur le conflit anglo-irakien de 1941. Par la suite, la figure du Grand Mufti de Jérusalem Saïd Amine el-Husseini le fascinait et il entreprenait d&#8217;en rédiger une biographie complète aujourd&#8217;hui quasiment achevée. En 1993, il faisait parvenir aux <em>Studi piacentini </em> un essai intitulé « Fascismi e decolonizzazione » qui suscitait mon intérêt et que je publiais dans le numéro 16 (1994).</p>
<p style="text-align: justify;">Il entrait ainsi dans le cercle de mes collaborateurs, ce qui me donna l&#8217;occasion de mieux le connaître, d&#8217;apprendre qu&#8217;il vivait à Passignano sul Trasimeno et qu&#8217;il se rendait chaque jour en voiture à Pérouse où il enseignait des matières littéraires à l&#8217;Institut technique pour les activités sociales Giordano Bruno. Fabei aimait enseigner, mais il était facile de deviner que l&#8217;essentiel de son intérêt se portait sur la recherche historique. À ses moments de loisir, il se précipitait à Rome pour fouiller dans les archives de la Farnesina, de l&#8217;Office historique de l&#8217;état-major de l&#8217;armée ou dans les fonds des Archives centrales de l&#8217;État. Et bien souvent, très gentiment, il me faisait part de ses recherches et de ses découvertes.</p>
<p style="text-align: justify;">Ses enquêtes servaient deux objectifs précis. Le premier consistait à en apprendre davantage sur ces soldats arabes, indiens et italiens d&#8217;Égypte, de Tunisie et du Moyen-Orient qui firent partie d&#8217;une sorte de Légion étrangère italienne au cours de la Seconde Guerre mondiale. Fabei publia les premiers fruits de cette recherche dans le numéro 30 (2001) des <em>Studi piacentini </em> sous le titre « Gli arabi nell&#8217;esercito italiano ». Son second objectif, plus ambitieux, touchait aux rapports qui s&#8217;établirent à partir de la fin du premier conflit mondial et se poursuivirent jusqu&#8217;en 1945 entre, d&#8217;une part, le fascisme et le national-socialisme, et, de l&#8217;autre, certains mouvements de libération du tiers monde, surtout africains et asiatiques.</p>
<p style="text-align: justify;">Le volume que nous sommes heureux de présenter aujourd&#8217;hui est consacré à l&#8217;historique de ces rapports. Il a fallu vingt ans à Fabei pour achever cet ouvrage qui est sans précédent en Italie, hormis quelques recherches de Renzo De Felice. Vingt années bien remplies, car sur cette rencontre entre les puissances de l&#8217;Axe et les mouvements de résistance africains et asiatiques, nous avons enfin à notre disposition aujourd&#8217;hui une reconstitution précise qui comble de graves lacunes et ménage bien des surprises.</p>
<p style="text-align: justify;">Nous apprenons avant tout que les Arabes vouaient à Adolf Hitler une admiration sans bornes. Ils l&#8217;appelaient Abou Ali et ils étaient convaincus de sa conversion à l&#8217;islam. Cette vénération pour le chef du III e Reich était si grande qu&#8217;elle inspira ces vers à un poète anonyme de l&#8217;Orient arabe :</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Plus de monsieur ni de mister.<br />
Dehors tous, fichez le camp,<br />
au ciel Allah, sur la terre Hitler. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Cette admiration pour Hitler et pour la doctrine nazie s&#8217;accrut encore après l&#8217;entrée en guerre de l&#8217;Allemagne et pendant les trois premières années du conflit, lorsqu&#8217;elle parut la mieux à même d&#8217;instaurer un nouvel ordre dans le monde. Les dirigeants du monde arabe, à commencer par le Grand Mufti de Jérusalem, étaient persuadés qu&#8217;Hitler aiderait leurs pays à acquérir l&#8217;indépendance tant désirée. Dès lors, on ne s&#8217;étonnera pas que nombre de peuples de religion musulmane se soient ralliés à l&#8217;Allemagne nazie à qui ils offrirent un lourd tribut de sang. On estime qu&#8217;entre 1941 et 1945 plus de 13 000 Syriens, Palestiniens, Irakiens, Égyptiens et Maghrébins, 60 000 musulmans bosniaques, croates, monténégrins et albanais, et 350 000 Türks <a name="_1"></a>[1], Géorgiens, Arméniens, Tatars, Tchétchènes et Azéris firent partie des armées du Reich. À eux seuls, les Caucasiens perdirent 117 000 hommes au combat, ce qui signifie que les troupes musulmanes furent toujours déployées en première ligne.</p>
<p style="text-align: justify;">La 162 e division « Turkestan » commandée par le général Ritter von Niedermayer, puis par le général Ralph von Heygendorff, se distingua par son efficacité au combat (et sa férocité). Après avoir été engagée avec succès sur le front oriental, la 162 e division, composée à 50 % de volontaires caucasiens et turco-tatars, fut envoyée en Italie, essentiellement pour mater les forces de la Résistance. Le 23 novembre 1944, les troupes germano-mongoles (comme les appelaient les Italiens) lançaient leur offensive contre les divisions de partisans de la région de Plaisance et, dans un deuxième temps, contre celles de la région de Parme.</p>
<p style="text-align: justify;">Trois mois durant, les « Mongols » luttèrent sans relâche. Leur passage dans les vallées de l&#8217;Émilie laissa des traces terrifiantes qui purent laisser croire au retour des hordes sauvages de Gengis Khan. Ce n&#8217;était, chaque jour, qu&#8217;incendies de fermes, vols, saccages, viols et violences de toutes sortes.</p>
<p style="text-align: justify;">Mussolini n&#8217;a pas connu la même renommée qu&#8217;Hitler, sauf, peut-être, vers la fin de 1942, quand les troupes germano-italiennes firent leur jonction à El-Alamein, à 60 kilomètres d&#8217;Alexandrie en Égypte, à une époque où tout laissait croire que les armées de l&#8217;Axe triompheraient en Afrique du Nord. Les Arabes l&#8217;appelaient alors Moussa-Nili, le Moïse du Nil, et espéraient qu&#8217;après avoir occupé l&#8217;Égypte il accorderait son indépendance au pays. Mais la funeste issue de l&#8217;âpre bataille d&#8217;El-Alamein scellait la fin du rêve égyptien. Après la défaite, les forces germano-italiennes commandées par Erwin Rommel entamaient une retraite de plusieurs milliers de kilomètres qui s&#8217;acheva par la reddition en Tunisie.</p>
<p style="text-align: justify;">Si Mussolini jouissait d&#8217;un moindre prestige auprès des Arabes, lui qui avait brandi le glaive de l&#8217;Islam à Tripoli, c&#8217;est surtout qu&#8217;à la différence de l&#8217;Allemagne privée de ses colonies après la défaite de 1918 l&#8217;Italie avait manifesté, par sa reconquête de la Libye et du nord de la Somalie et par son occupation de l&#8217;Éthiopie, un expansionnisme brutal qui se conciliait mal avec les promesses d&#8217;indépendance faites à de nombreux pays arabes. L&#8217;Italie fasciste voyait en effet dans la Méditerranée l&#8217;antique <em>Mare Nostrum </em> de l&#8217;Antiquité et la considérait comme son « espace vital », à la manière dont les Allemands regardaient l&#8217;Est européen comme leur <em>Lebensraum </em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si Hitler concéda à l&#8217;Italie fasciste la première place dans la future réorganisation de l&#8217;espace arabe, il n&#8217;approuvait pas la politique de Mussolini à l&#8217;égard des pays musulmans. « L&#8217;allié italien — déclarait-il le 17 février 1945 — nous a gênés presque partout. Il nous a empêchés de conduire une politique révolutionnaire en Afrique du Nord. […] Le Duce avait une grande politique à mener vis-à-vis de l&#8217;Islam. Elle a échoué, comme tant de choses que nous avons manquées au nom de notre fidélité à l&#8217;allié italien. »</p>
<p style="text-align: justify;">De fait, la politique de Mussolini ne fut jamais ni claire ni linéaire. Elle était si confuse et si ambiguë qu&#8217;elle suscitait le doute et la perplexité plus qu&#8217;elle n&#8217;emportait l&#8217;enthousiasme et l&#8217;adhésion. Fait significatif, très peu d&#8217;Arabes versèrent leur sang en combattant aux côtés des Italiens. Les deux divisions libyennes que le maréchal Graziani avait levées pendant son offensive de 1940 en Égypte offrirent une piètre preuve de leurs qualités lors de la contre-offensive du général anglais Archibald Percival Wavell. En 1942, pour répondre aux souhaits du Grand Mufti de Jérusalem, on tenta de constituer en Italie une « Légion arabe », mais elle n&#8217;acheva pas son instruction et ne fut jamais engagée au combat. Les Arabes d&#8217;Afrique du Nord avaient la mémoire longue. Mussolini pouvait bien brandir le glaive de l&#8217;Islam et se proclamer comme son protecteur, entre Damas et Casablanca personne ne pouvait oublier que le même homme avait fait pendre Omar el-Moukhtar, l&#8217;ancien chef de la résistance en Cyrénaïque, devant 20 000 spectateurs terrifiés, dans le camp de concentration de Soluch.</p>
<p style="text-align: justify;">Outre qu&#8217;il nous offre une somme d&#8217;informations inédites qui aident à comprendre les événements actuels au Moyen-Orient, le volume de Stefano Fabei est d&#8217;une lecture très agréable, ce qui ne gâte rien.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans la version originale du livre, les notes étaient plus abondantes et plus substantielles, mais elles ont été partiellement sacrifiées pour des raisons d&#8217;espace. L&#8217;ouvrage de Fabei n&#8217;en conserve pas moins toute sa valeur scientifique et peut être lu tant par des spécialistes du sujet que par le public plus large des amateurs d&#8217;ouvrages historiques.</p>
<p style="text-align: justify;">Angelo Del Boca</p>
<p style="text-align: justify;">La version intégrale italienne du présent ouvrage a été déposée aux Instituts historiques de la Résistance à Plaisance, Turin, Milan et Rome où elle se trouve à la disposition des chercheurs.</p>
<p style="text-align: justify;">[1] Nous conformant en cela au <em>Grand Robert des noms propres </em>en 5 volumes, nous avons utilisé le terme « Turc » pour désigner tout ce qui se rapporte aux civilisations anatoliennes et « Türk » pour tout ce qui concerne leur source d&#8217;Asie orientale — ndt .</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INTRODUCTION</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dans l&#8217;histoire contemporaine, le chapitre des rapports que le fascisme et le national-socialisme ont entretenus dès la fin du premier conflit mondial et jusqu&#8217;en 1945 avec des mouvements de libération nationale du tiers monde principalement africains et asiatiques est négligé non seulement par les historiens des « fascismes » apparus un peu partout à l&#8217;époque, mais, plus grave encore, par les historiens du colonialisme et de la décolonisation, bien que ce phénomène typique de certains pays, en particulier du monde arabe et plus largement islamique, ait été avant tout un corollaire de la résistance au colonialisme.</p>
<p style="text-align: justify;">Nous tenterons de retracer l&#8217;historique de ces rapports en concentrant notre attention sur les politiques que l&#8217;Italie et l&#8217;Allemagne engagèrent dans les années trente et quarante, d&#8217;abord séparément, puis ensemble, à l&#8217;égard du monde islamique et plus particulièrement des pays arabes du bassin méditerranéen.</p>
<p style="text-align: justify;">Les politiques des deux puissances européennes influèrent l&#8217;une sur l&#8217;autre et, dans cette sphère géopolitique, cette circonstance compromit les développements potentiels souhaités par les milieux les plus dynamiques aussi bien du fascisme que du national-socialisme. Dans un premier temps, nous éclairerons donc le rôle dévolu aux pays arabes et islamiques dans les aspirations et les plans italiens et allemands avant la naissance de l&#8217;axe Rome-Berlin, puis nous analyserons les modalités de la mise en œuvre de la collaboration politique et militaire au cours du second conflit mondial.</p>
<p style="text-align: justify;">Le national-socialisme suscita, surtout à cette époque, de grands espoirs dans le monde islamique, revêtant dans l&#8217;imaginaire des masses arabes des traits fabuleux. Beaucoup de milieux islamiques, mais pas uniquement islamiques — il suffit de songer à l&#8217;Inde hindoue <a title="" name="_1"></a>[1]— vouaient au Führer, présenté de manière messianique comme un nouveau « prophète », une admiration proche de la vénération. La profonde hostilité ressentie à l&#8217;égard de l&#8217;Angleterre, responsable de la trahison des espoirs d&#8217;indépendance arabes après la Première Guerre mondiale (aux lendemains de la défaite de l&#8217;empire ottoman, la Palestine, la Syrie et le Liban étaient passés sous contrôle franco-anglais) alimentait la sympathie pour l&#8217;Axe et surtout pour le III e Reich.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Mais une autre question enflammait encore — non moins qu&#8217;aujourd&#8217;hui — les esprits des Arabes et des musulmans : la question judéo-palestinienne. En voulant satisfaire les aspirations nationales des Juifs qui étaient en quête d&#8217;une patrie après des siècles de diaspora, les Britanniques tentèrent de résoudre un problème, mais, ce faisant, ils créèrent une situation dramatique en condamnant le peuple palestinien à la spoliation et à l&#8217;abandon de sa propre terre avec les conséquences tragiques qui alimentent aujourd&#8217;hui encore une si grande part de l&#8217;actualité politique internationale. Soit dit en passant, le désir de comprendre ce drame fut l&#8217;un des principaux moteurs de la réalisation de l&#8217;enquête historique à la base de cet ouvrage.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Par sa fameuse déclaration Balfour de 1917, l&#8217;administration britannique avait encouragé et favorisé les visées sionistes sur la Terre sainte, de sorte qu&#8217;après la Première Guerre mondiale l&#8217;émigration juive en Palestine s&#8217;intensifia progressivement, augmentant le sentiment de frustration des Arabes qui avaient combattu les Turcs aux côtés des Anglais précisément dans l&#8217;espoir de pouvoir donner naissance à une grande nation arabe, libre et indépendante. La position de l&#8217;Allemagne sur la « question juive » contribua donc à renforcer la sympathie des musulmans pour l&#8217;Ordre nouveau cependant que les régimes de Rome et de Berlin offraient les modèles dont pouvaient s&#8217;inspirer les mouvements et partis politiques dans le monde arabe et dans d&#8217;autres régions du tiers monde.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Par ailleurs, l&#8217;Islam et ses alliés européens avaient un autre ennemi commun : le communisme. À la suite de la révolution d&#8217;octobre 1917, les mosquées avaient été affectées à d&#8217;   « autres fonctions » sur le territoire de l&#8217;Union soviétique, un grand nombre de mollahs avaient été éliminés, les écoles coraniques et autres institutions traditionnelles islamiques détruites ou transformées en instruments du gouvernement communiste.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Après l&#8217;arrivée au pouvoir du national-socialisme, la propagande allemande s&#8217;accroissait considérablement dans les pays du Maghreb et dans tout le Moyen-Orient sous contrôle britannique ainsi que dans les colonies françaises du Levant (Liban et Syrie), et les contacts avec les dirigeants nationalistes arabes hostiles à la France s&#8217;intensifiaient. En 1941, en Irak, l&#8217;organisation nationaliste du « Carré d&#8217;Or » tentait de susciter une révolte antibritannique qui aurait pu changer l&#8217;issue du conflit si l&#8217;Axe l&#8217;avait soutenue en temps utile. S&#8217;apercevant brusquement du danger qui couvait, le farouche défenseur de l&#8217;empire britannique qu&#8217;était Churchill trouva un accommodement en invoquant opportunément la « souveraineté limitée » concédée par Londres à Bagdad pour briser la résistance irakienne et maintenir tout le Moyen-Orient sous le contrôle du gouvernement britannique. La même année, les Anglais et les Soviétiques intervinrent en Iran, occupèrent le pays, déposèrent le shah et s&#8217;assurèrent le contrôle des puits de pétrole. Un destin identique frappa la Syrie où les nationalistes arabes et les Français fidèles à Pétain, allié de l&#8217;Axe, tentèrent de repousser l&#8217;attaque alliée en juin et juillet 1941.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">En Europe, les victoires allemandes ouvrirent la voie à l&#8217;enrôlement de volontaires de différentes nationalités dont beaucoup de musulmans européens de la péninsule balkanique qui vinrent renforcer les effectifs de la Wehrmacht et des Waffen SS. L&#8217;opération Barbarossa créa les conditions du recrutement de centaines de milliers de volontaires venus de différentes régions soviétiques et, vers la fin de la guerre, l&#8217;armée allemande était devenue une force multinationale qui comptait une proportion non négligeable de combattants musulmans. Du pangermanisme des origines et à travers différentes étapes, l&#8217;Allemagne était passée d&#8217;abord à une défense de l&#8217;aryanité et des racines indo-européennes, puis à la création d&#8217;un front international comprenant des hommes de toutes les confessions, chrétiens, musulmans, bouddhistes et hindous. Il est vrai que, dans ce processus, il est bien difficile de déterminer la part de conviction et d&#8217;évolution des idées et le poids des nécessités à une période où la guerre se faisait de plus en plus âpre.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Dans la première partie de cette étude, « Fascisme, national-socialisme et décolonisation », nous retracerons les contacts que Mussolini, le fascisme des origines et le régime fasciste entretinrent à partir de 1919 avec les figures les plus emblématiques du nationalisme arabe et du monde islamique, en analysant les « affinités idéologiques » reliant le fascisme et l&#8217;Islam et en étudiant la politique arabe contradictoire de l&#8217;Italie, « pont entre l&#8217;Orient et l&#8217;Occident », mais soucieuse de ne point compromettre outre mesure ses rapports avec Londres.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Nous approfondirons ensuite les contacts entre le national-socialisme et les mouvements de libération arabes et islamiques, la politique d&#8217;Hitler et des Allemands et les similitudes entre les visions du monde islamique et nationale-socialiste.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Nous analyserons les étapes de la politique de collaboration qui s&#8217;instaura à partir de 1936 et jusqu&#8217;en 1945 entre les puissances de l&#8217;Axe et ces mouvements de libération en concentrant notre attention sur différentes questions : à la lumière des événements diplomatiques et militaires dans cette partie du monde, nous étudierons l&#8217;action des principaux interlocuteurs de Rome et de Berlin, le Grand Mufti de Jérusalem et Rachid Ali el-Gaylani, mais aussi des autres dirigeants nationalistes arabes qui, à des degrés divers, se rallièrent à l&#8217;Axe ; les efforts des dirigeants arabes pour obtenir de Rome et de Berlin une reconnaissance officielle de leur cause et la volonté de ces dernières de ne pas heurter de front leurs relations avec la France de Pétain et l&#8217;Espagne de Franco ; les projets de libération du monde arabe par le nord-est (les armées allemandes auraient dû pour cela investir et libérer le Moyen-Orient et… l&#8217;Inde à partir du Caucase) et par l&#8217;ouest (la progression de l&#8217;Afrika Korps entraînant la libération d&#8217;abord de l&#8217;Égypte, puis des autres pays du Moyen-Orient) ; l&#8217;activité de propagande déployée par les Allemands et les Italiens en direction du monde islamique ; la collaboration effective des Arabes et des musulmans dans l&#8217;Europe de l&#8217;Axe.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Dans la seconde partie, « Le Glaive de l&#8217;Islam », nous commencerons par reconstituer de manière détaillée l&#8217;historique des formations militaires que les Allemands réussirent à constituer avec des volontaires musulmans. Nous retracerons aussi la brève et symbolique expérience des « Flèches rouges », les volontaires arabes que l&#8217;armée italienne tenta d&#8217;organiser sous les auspices du Grand Mufti avant la chute du fascisme. Après quoi nous évoquerons l&#8217;aventure des unités arabes de la Wehrmacht ; des trois divisions de SS musulmans constituées d&#8217;Européens de Bosnie-Herzégovine et d&#8217;Albanie et des nombreuses unités de la Wehrmacht et de Waffen SS levées avec des hommes originaires des républiques musulmanes de l&#8217;URSS : Tatars, Ouzbeks, Turkmènes, Tadjiks, Azéris, Kirghiz .</p>
<p>[1] Voy. à ce propos Savitri Devi , <em>Le National-socialisme et la tradition indienne </em>, Avatar éditions, Paris, 2004.</p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><strong>INDEX</strong></p>
<p><strong>Préface</strong></p>
<p>Avertissement</p>
<p>Introduction</p>
<p>Première partie</p>
<p>Fascisme, national-socialisme et décolonisation</p>
<p><strong> Le fascisme des origines et l&#8217;union islamique des peuples opprimés </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Italie fasciste et le monde arabe </strong></p>
<p><strong> Un pont vers l&#8217;orient </strong></p>
<p><strong> Le faisceau et le croissant </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Allemagne nationale-socialiste et l&#8217;Islam </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Axe et l&#8217;Islam de 1936 à 1939 </strong></p>
<p><strong> La Seconde Guerre mondiale, 1940 </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Orient s&#8217;embrase </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Afghanistan, tête de pont pour la libération de l&#8217;Inde </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Europe, base du djihad </strong></p>
<p><strong> La lutte pour le leadership </strong></p>
<p><strong> Le mufti et el-Gaylani à Rome </strong></p>
<p><strong> Printemps à Berlin </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Égypte rêve de liberté </strong></p>
<p><strong> Fin du rêve égyptien </strong></p>
<p><strong> L&#8217;invasion du Maghreb </strong></p>
<p><strong> La guerre des ondes </strong></p>
<p><strong> Épilogue en Tunisie </strong></p>
<p><strong> Les Arabes de France sous le drapeau du Reich </strong></p>
<p><strong> La guerre continue </strong></p>
<p><strong> Seconde partie </strong></p>
<p><strong> Le Glaive de l&#8217;Islam </strong></p>
<p><strong> Les Arabes dans les forces armées du Troisième Reich </strong></p>
<p><strong> L&#8217;Europe musulmane combat avec l&#8217;Axe </strong></p>
<p><strong> Les Arabes dans l&#8217;armée italienne </strong></p>
<p><strong> Pour Allah contre Staline</strong></p>
<p><strong>Bibliographie </strong></p>
<p><strong> Index</strong></p>
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