MUSSOLINI E LA RESISTENZA PALESTINESE


PRESENTAZIONE

Oltre settant’anni fa, nel più assoluto segreto, l’Italia fascista si adoperava validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della Palestina. Non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma di un autentico sostegno materiale. In altre parole, Mussolini finanziò per quasi due anni la prima intifâda palestinese. Una rivolta contro il dominio coloniale britannico che provocò, nel 1937, 200 vittime e nel 1938 ben 2.000, di cui 1.700 arabi. Dagli archivi del ministero degli Esteri italiano emerge infatti che, fra il 10 settembre 1936 e il 15 giugno 1938, il governo di Roma versò all’Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di Gerusalemme, che guidava la rivolta, la somma di 138.000 sterline, davvero considerevole per l’epoca.

Il programma di sostegno all’ intifâda non prevedeva però soltanto un aiuto finanziario. Rispondendo positivamente alle richieste del Mufti, il ministero della Guerra approntava presso il Deposito materiali d’artiglieria di Cimino, in provincia di Taranto, 4.248 fucili di fabbricazione belga, con 7.000.000 di cartucce; 40 mitragliatrici S. Etienne con 4.000 colpi per arma; 25 tonnellate di dinamite; 150.000 inneschi e 150.000 metri di miccia. Roma era anche disposta ad inviare materiale e personale addestrato per provocare attentati nel Paese e inquinare l’acquedotto di Tel Aviv, una città quasi interamente abitata da ebrei. Per questa operazione, tuttavia, chiedeva più tempo, perché era necessario addestrare allo scopo alcuni sottufficiali libici.

Tanto le armi leggere, che gli esplosivi e le armi batteriologiche non furono fortunatamente mai inviati in Palestina. Non perché Mussolini avesse cambiato idea o si fosse reso conto che era semplicemente mostruoso il progetto di inquinare l’acquedotto di Tel Aviv. Ma perché l’inoltro del materiale, per mare e poi attraverso l’Arabia Saudita, presentava difficoltà non previste. Resta comunque il fatto che dagli archivi della Farnesina è emersa ancora una prova che il fascismo, per raggiungere i suoi scopi, non trascurò alcuna arma, chimica o batteriologica. E non si dica che Mussolini era tenuto all’oscuro di queste gravissime decisioni. L’«Appunto per il Duce», dove si fa riferimento al possibile inquinamento dell’acquedotto di Tel Aviv, porta la data del 10 settembre 1936 e reca la sua sigla e la sua approvazione. Del resto, proprio in quei giorni, Mussolini autorizzava l’impiego di ogni tipo di gas contro i partigiani etiopici, che rendevano difficoltosa la conquista integrale dell’Impero.

Il merito di aver dissepolto dalle polverose montagne di faldoni della Farnesina e dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito questi episodi della spregiudicata politica estera del regime spetta a Stefano Fabei, il quale, nel giro di tre lustri, si è aggiudicato una solida reputazione di acuto e scrupoloso studioso dei fatti accaduti nel Vicino e Medio Oriente nel corso del Novecento. Sarà sufficiente citare due fra le sue opere di maggior successo Il fascio, la svastica e la mezzaluna e Una vita per la Palestina. Storia di Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di Gerusalemme.

Questa nuova opera, che presentiamo, dal titolo L’Italia fascista e la Palestina, integra e completa i due volumi sopracitati, cosicché possiamo ben dire che d’ora innanzi non si potrà fare a meno della trilogia di Stefano Fabei sui paesi della Mezzaluna Fertile.

Prima di esaminare le varie fasi dell’appoggio italiano alla prima intifâda palestinese, Fabei ricostruisce, con dovizia di particolari, gli sviluppi del nazionalismo arabo nel Vicino e Medio Oriente sino alla promulgazione del Protocollo di Damasco, nel quale i leader arabi già prefiguravano un grande ed unico Stato che comprendesse l’Arabia, la Palestina, la Siria, il Sinai, la Cilicia e parte dell’Iraq. Il contributo dei nazionalisti arabi, nel corso dei Primo conflitto mondiale, al parziale dissolvimento dell’Impero ottomano, alleato degli Imperi Centrali, realizzava in parte il grande sogno unitario, ma lasciava irrisolte, fra le tante questioni, anche quella palestinese.

La Palestina, infatti, finiva sotto mandato britannico e le cose si complicavano quando il Primo ministro inglese, Lord Arthur James Balfour, rispondendo alle sollecitazioni del movimento sionista, dichiarava il 2 novembre 1917 che «il governo di Sua Maestà considera favorevolmente la costituzione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebreo e farà del suo meglio per facilitare il conseguimento di questo scopo, restando, bene inteso, che non verrà atto nulla che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi di comunità non israelitiche esistenti in Palestina». Il documento lascia molto perplessi, poiché non si fa alcuna menzione dei diritti politici e giuridici degli arabi, che all’epoca erano, in Palestina, 550.000 contro 60.000 ebrei.

In realtà Londra giocava su due tavoli facendo promesse sia agli arabi sia agli ebrei. Ai primi aveva fatto balenare la creazione di un grande Stato unitario, ai secondi la costituzione di un Focolare Nazionale Ebraico. In effetti la Gran Bretagna badava soltanto a spartire le terre arabe sulla base di criteri e di esigenze imperialistiche. Ma, continuando in questo gioco, alla fine non era neppure più in grado di garantire una politica di equidistanza fra le due parti, e finiva per privilegiare la causa sionista, al punto che la comunità ebraica passava, in meno di dieci anni, da 60.000 unità a 160.000.

Era impossibile che i nazionalisti palestinesi accettassero a lungo, senza reagire, l’arrivo in massa di immigrati ebrei e la costituzione di un corpo militare, per la difesa dei territori ebraici, quale l’Haganah . Nell’agosto del 1929 lo scontro fra le due comunità diventava inevitabile e il bilancio dei moti si saldava con 133 ebrei uccisi e 339 feriti, sei colonie ebraiche distrutte, almeno 116 arabi morti. L’energica repressione inglese, culminata con molte condanne a morte, riportava per qualche tempo la calma in Palestina, ma, come sottolinea Fabei, « i moti del 1933, che culminarono in ottobre con la proclamazione di uno sciopero generale, furono un sintomo chiaro che il risentimento palestinese si ravvicinava a una temperatura rivoluzionaria e che non era più rivolta contro gli ebrei, ma contro lo stesso governo britannico » .

La situazione si aggravava ulteriormente quando, dopo l’avvento al potere di Hitler in Germania, l’immigrazione ebraica in Palestina registrava un incremento prima mai conosciuto e gli ebrei passavano in poco tempo da 160.000 a 360.000 giungendo a costituire il 28 per cento della popolazione totale. Ma non era tutto. Nell’agosto del 1935, prendendo la parola a Zurigo, nel corso del XIX Congresso sionista, David Ben Gurion sosteneva che il compito del movimento era quello di insediare in Palestina un milione di famiglie ebraiche.

È a questo punto, dopo che il Mufti di Gerusalemme aveva accettato di guidare un Supremo Comitato Arabo ed aveva indetto uno sciopero generale che si sarebbe presto trasformato in una aperta rivolta, che l’Italia fascista entrava in scena. Non si trattava, come abbiamo già affermato, di un semplice atto di solidarietà, ma di un concreto sostegno, che consentì al Gran Mufti di alimentare l’ intifâda per due anni. Le ragioni che spingevano Roma a sostenere i musulmani di Palestina erano molteplici. Innanzitutto la volontà di contendere alla Gran Bretagna il primato nel Mediterraneo. Poi il desiderio di subentrare all’Inghilterra nel ruolo di potenza mandataria o di ottenere, nel peggiore dei casi, l’internazionalizzazione del mandato. Se avesse raggiunto questo ambizioso traguardo, l’Italia si sarebbe impegnata a risolvere la questione palestinese creando due entità statali distinte e separate: una più estesa, a nord di Gerusalemme, da assegnare agli arabi, e l’altra, a sud della città santa, per gli ebrei.

Il Gentlemen agreement, sottoscritto il 16 aprile 1938 tra l’Italia e la Gran Bretagna , interrompeva, seppure soltanto per due anni, la tensione fra i due Paesi, e costringeva Mussolini a sospendere il finanziamento dell’ intifâda e a relegare in soffitta il piano di spartizione della Palestina. Di questa martoriata regione l’Italia sarebbe tornata ad occuparsene nel pieno del Secondo conflitto mondiale, ma ormai non si sarebbe più parlato di spartizione. Dal 1938 vigevano nella penisola le leggi razziali e dal 1940 l ‘Italia era scesa in guerra a fianco della Germania nazista e ferocemente antisemita. Ricevendo il 27 ottobre 1942, a Roma, il Gran Mufti di Gerusalemme, Mussolini esprimeva la sua disponibilità a riconoscere ai palestinesi il diritto all’indipendenza; affermava che l’Italia era disposta ad approvare l’abolizione del Focolare Nazionale Ebraico; ed infine sosteneva che gli ebrei erano dei nemici per i quali non c’era più posto neppure in Europa. «Se gli ebrei lo vogliono – dichiarava fra l’altro nel suo sproloquio – che fondino Tel Aviv in America».

Sono passati più di sessant’anni da quel colloquio romano e le cose, sulle rive del Giordano, non sono affatto cambiate. L’ intifâda del 1936-38 aveva causato circa 3.000 morti, l’attuale ne ha provocati, all’ultimo censimento, 3.825. Nel 1938 era stato sir Charles Tegart a recintare il Paese con una solida barriera di reticolati. Oggi il muro in cemento, alto dieci metri, porta la firma del Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tegart impose il coprifuoco, la demolizione di case e di quartieri, le rappresaglie più atroci. È esattamente ciò che accade oggi, a quasi settant’anni di distanza. Con una sola variante: la reazione palestinese è oggi più immediata, più violenta, spinta sino al sacrificio di ragazzi e ragazze, che si fanno esplodere alle fermate degli autobus, nei ristoranti, nei supermercati, per causare stragi sempre più odiose e strazianti. Si continua ad elaborare piani di spartizione, esattamente come negli anni Trenta, ma l’ultima parola tocca sempre alla violenza omicida. Non sono bastate una guerra mondiale, quattro guerre arabo-israeliane, incontri di pace al più alto livello, per mutare di una sola virgola questo infinito, insopportabile racconto dell’orrore.

ANGELO DEL BOCA

INTRODUZIONE

Nonostante siano passati settanta anni dai fatti qui raccontati la situazione in Palestina continua ad essere incandescente e l’attualità – pur in un contesto profondamente mutato: oggi lo Stato ebraico non è più un’entità in fieri ma una realtà – presenta analogie con il passato per quanto riguarda fatti, nomi e simboli.

Il muro che oggi Israele sta costruendo intorno ai palestinesi ne richiama alla memoria un altro – di diversa natura, ma edificato allo stesso scopo – che la Gran Bretagna , potenza mandataria, costruì nel 1938 per isolare la Palestina dal Libano, dalla Siria e dalla Transgiordania. Nel quadro di una repressione molto dura il Paese fu allora recintato dal cosiddetto «muro Tegart» realizzato da Sir Charles Tegart che, fatto venire apposta dall’India, impose il coprifuoco, le multe collettive, i tribunali militari, la demolizione di case e di quartieri, la confisca e distruzione di terreni alberati, le condanne a morte per il semplice possesso illegale di armi. Quella barriera di reticolati, tuttavia, non riuscì a fiaccare la volontà di resistenza dei palestinesi che nell’estate dell’anno successivo addirittura aumentò.

Allora, come oggi, era in corso un quotidiano stillicidio di morti chiamato intifâda . Nell’immaginario e nelle rivendicazioni delle attuali brigate palestinesi riecheggia il nome di ‘ Izz al-Dîn al-Qassâm , lo sceicco che nel 1935 proclamò il jihâd contro gli inglesi e gli ebrei; quando fu ucciso addosso a lui, e ai suoi uomini, fu trovata una copia del Corano . Oggi, come allora, quasi quotidianamente ricorre nelle cronache di quella terra l’espressione al-Jihâd al-Muqaddas .

La lunga scia di sangue iniziata all’indomani della Prima guerra mondiale non accenna a esaurirsi e dato che la comprensione del presente non è possibile senza la conoscenza del passato, è proprio per questo motivo che, dopo aver indagato la storia delle relazioni tra il mondo arabo, il fascismo e il nazionalsocialismo e aver ricostruito, passo dopo passo, le fasi della vita di chi in quel rapporto svolse un ruolo di protagonista, ho deciso di focalizzare l’attenzione sulla questione che più di tutte, allora come oggi, infiammò gli animi, cercando di portare ulteriori elementi utili allo sforzo di comprensione del dramma mediorientale.

Verso la metà degli anni Trenta l’Italia fu il primo Stato europeo a sostenere concretamente la lotta di liberazione del popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto sionista in Terra Santa. Questo è quanto emerge dall’analisi dei documenti – lettere, appunti, promemoria – dell’ufficio di coordinamento del ministro degli Affari Esteri italiano e di quelli contenuti nel «Carteggio del Servizio Informazioni Militari relativo a vari Stati» conservato presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Viene così smentita in modo definitivo la tesi, sostenuta dallo storico palestinese George Antonius fin dal 1938, secondo la quale nella rivolta araba iniziata nel 1936 non avrebbero esercitato alcun ruolo elementi esterni, dal momento che il sostegno finanziario italiano alla lotta antisionista e antibritannica dei palestinesi giocò una parte se non determinante quanto meno significativa.

L’appoggio alla prima intifâda , al di là delle originarie prese di posizione filoarabe di Mussolini e di alcuni settori del fascismo, fu determinato da varie ragioni e offerto in vista di obiettivi geopolitici che non possono essere analizzati e compresi al di fuori del loro contesto storico: la lotta nazionale degli arabi di Palestina, la sempre più massiccia immigrazione ebraica, determinata dall’avvento al potere del nazionalsocialismo in Germania e rispondente ai progetti del sionismo, l’equivoca e incoerente azione della potenza mandataria in Terra Santa, il desiderio italiano di ricorrere a ogni mezzo per esercitare sull’Inghilterra pressioni, al fine di pervenire con Londra a un accordo generale.

Per meglio comprendere questi fatti procederemo a un’attenta analisi delle origini del movimento nazionalista arabo, degli sviluppi diplomatici e delle promesse di Inghilterra e Francia alla sua leadership, tenendo conto di quelle contemporaneamente fatte dalle stesse potenze al movimento nazionalista ebraico, delle decisioni prese a Versailles dalla Conferenza della Pace e degli eventi che a essa seguirono sul piano internazionale negli anni successivi.

STEFANO FABEI

INDICE

Presentazione

Introduzione

Capitolo Primo
Nascita e sviluppi del nazionalismo arabo

Capitolo Secondo
Gli arabi e la Prima guerra mondiale

Capitolo Terzo
Il sionismo dalle origini alla Dichiarazione Balfour

Capitolo Quarto
1919-1920: il biennio del disinganno

Capitolo Quinto
Il nazionalismo palestinese e la sua opposizione al sionismo

Capitolo Sesto
1936-1939: la prima intifâda e i piani di spartizione

Capitolo Settimo
La politica mediorientale dell’Italia negli Anni Trenta

Capitolo Ottavo
La carta sionista e quella araba nella strategia del Duce

Capitolo Nono
Primi contatti con il Gran Mufti di Gerusalemme

Capitolo Decimo
Il sostegno italiano alla «grande rivolta» nel 1937

Capitolo Undicesimo
La Germania nazionalsocialista e la causa palestinese

Capitolo Dodicesimo
1938: il raffreddamento dei rapporti italo-arabi

Capitolo Tredicesimo
La lotta per la Palestina durante la Seconda guerra mondiale

Capitolo Quattordicesimo
Una proposta per la soluzione del conflitto in Terrasanta

Appendice

Note

Bibliografia

Ringraziamenti

Lascia un commento